L’anno solare è finito. Il mandato amministrativo, quasi. Dopo un decennio sullo scranno più alto di Palazzo Rosso, il sindaco di Belluno, Jacopo Massaro, sta per lasciare la fascia tricolore. Ma non prima di aver tracciato un bilancio sugli ultimi 12 mesi. E non solo.
Sindaco, dal punto di vista amministrativo come valuta il 2021?
«Per il Comune è stato l’anno forse più difficile dal dopoguerra a oggi. So che pochi ne hanno la percezione, ma è stato devastante».
«La maggioranza arriva a fine legislatura col fiato corto»: come risponde a una delle critiche mosse nell’ultimo periodo?
«Mi sembra un argomento di scarso interesse per i cittadini. In ogni caso guardiamo i dati: questa maggioranza conclude un decennio di governo, che è il record nella storia di Belluno».
Da Vaia al Covid, passando per l’alluvione: qual è la stata prova più dura?
«A Palazzo Rosso c’è una pergamena appesa a una parete: riporta i nomi di tutti i sindaci. Appena insediato me la fecero vedere, indicandomi quelli che gestirono la crisi economica, quelli della pandemia di spagnola e quelli delle alluvioni. Li guardavo con compatimento e stima, senza immaginare che per ironia della sorte avremmo assommato tutto ciò nel nostro mandato. La prova più dura è stato dare normalità a una città che, con consapevolezza molto parziale, ha vissuto tre cataclismi epocali attaccati l’uno all’altro».
Di che cosa ha bisogno Belluno?
«La città da qualche anno è rispettata a livello nazionale e viene indicato come esempio, una perla ricca di eccellenze. Eppure al bar e sui social continuiamo a denigrarla, a indicarla come sporca, brutta, vuota e senza prospettive. In questi giorni, mentre riceviamo lettere di complimenti da parte dei turisti, paradossalmente alcuni commercianti, anche con ruoli istituzionali, scrivono ovunque che la città è uno schifo. Ecco di cosa ha bisogno Belluno per sviluppare il proprio potenziale: innanzitutto di autostima e di rispetto».
Cosa farà Jacopo Massaro “da grande”?
«Ho scelto di non occuparmi di cosa farò tra qualche mese, perché mi distrarrebbe in questa fase delicata. L’unica certezza è che non c’è spazio per me in politica: i sistemi elettorali regionale e nazionale sono fatti apposta per escludere chi non è iscritto a un partito, e io, come noto, non lo sono. Ho acquisito un’enorme esperienza, ma temo che non potrò spenderla per la mia comunità».
L’immagine simbolo dell’anno appena trascorso?
«Le vittorie olimpiche di Jacobs e Tamberi, che tra l’altro divide la medaglia d’oro col proprio avversario: in un periodo orribile della storia, abbiamo potuto sognare insieme ad alcuni campioni e ci siamo nuovamente indignati di fronte all’ingiustizia di vedere uomini straordinari travolti da critiche immeritate».
L’uomo o la donna dell’anno?
«Sono gli operatori sanitari e i soccorritori, in prima linea ormai da due anni: inizialmente osannati, ora vergognosamente dimenticati da una società spesso ingenerosa. Sono loro il simbolo della nostra vittoria sul virus».
Per chiudere, una curiosità: chi vorrebbe come presidente della Repubblica?
«Tutti vorremmo un Mattarella bis, perché è uomo delle istituzioni e delle grandi doti umane; ma nell’impossibilità che ciò accada preferirei un uomo super partes, come l’ex ministro Andrea Riccardi, oppure un uomo che venga dalla prima linea , un sindaco che abbia lottato per una vita fianco a fianco coi propri concittadini e abbia un grande senso dello Stato: un uomo come Enzo Bianco».





