L’emigrazione bellunese al Museo del Mare di Genova con la storia di Serafino Follin

L’emigrazione bellunese al Museo del Mare di Genova con la storia di Serafino Follin

Una storia commovente che ha per protagonista Serafino Follin, nato nel 1904 a Ponte nelle Alpi, che nel 1926 partì dal porto di Genova per raggiungere l’Argentina in cerca di un futuro migliore.

La mostra di Giovanni Cerri “L’Italia che partiva. Via mare verso l’America”, a cura di Barbara Vincenzi e in programma fino al 14 aprile al Galata Museo del Mare di Genova, pone l’attenzione su uno dei fenomeni sociali e culturali più pregnanti della storia italiana, con oltre sei milioni di italiani che tra il 1876 e il 1925 lasciarono il proprio Paese per raggiungere gli Stati Uniti. E riporta alla luce anche la storia di Serafino Follin, figlio di Giuseppe e di Giacoma Prest.

A raccontare la sua storia è la nipote Leda Vecco, nata nel 1968 e che oggi vive a Buenos Aires con il marito Daniel Fernández Romero e i figli Lautaro e Ignacio: «Ero a Genova con mio marito in vacanza, e quando ho visto che stava inaugurando la mostra di Giovanni Cerri ho capito che era stato il destino a condurmi lì, e allora ho deciso di donare il passaporto originale di mio nonno alla mostra e all’artista, che ha deciso di esporlo. Ho pianto, ma allo stesso tempo ero serena perché mio nonno, in qualche modo, tornava laddove tutto era iniziato quasi un secolo fa, quando proprio da Genova salpò per l’Argentina a bordo di una grande nave in cerca di fortuna dopo aver svolto il servizio militare negli alpini. Qualche mese dopo lo raggiunse anche mia nonna Maria D’Incà, e dal loro matrimonio sono nate mia madre Delia Luisa nel 1928, e 7 anni dopo mia zia Lidia Evi. Arrivato in Sudamerica, il nonno andò a vivere da subito a Concepción del Uruguay, nella provincia di Entre Rios, a circa 320 chilometri da Buenos Aires, dove visse tutta la sua vita».

Leda Vecco ha diversi ricordi del nonno bellunese, morto l’11 settembre 1978. «Era una persona estremamente generosa, sensibile, elegante, molto spirituale e soprattutto legatissimo alla sua famiglia – erano 11 fra fratelli e sorelle – e alla sua patria, l’Italia. Mandava spesso soldi in Italia ai suoi famigliari rimasti nel Bellunese e addirittura nel 1969, durante una delle tante crisi economiche dell’Argentina, donò 25.500 pesos al Comitato per la costruzione del nuovo ospedale italiano di Buenos Aires».

La storia di Serafino Follin è simile a quella di molti altri bellunesi, emigrati in cerca di fortuna. Una storia di lavoro e di sacrifici, ma anche di riscatto economico e sociale. «Appena arrivato a Concezione dell’Uruguay lavorò per circa vent’anni anni nell’edilizia grazie a un ingegnere italiano che lo aiutò moltissimo» racconta la nipote. «Nel 1946 divenne rappresentante per la Fiat e ben presto diresse una concessionaria che gli permise di far vivere più che dignitosamente la sua famiglia. Mia mamma è stata insegnante di lettere e filosofia, ma dopo pochi anni nella scuola entrò anche lei a lavorare nell’impresa di famiglia, mentre mio papà Pedro, figlio di immigrati piemontesi di Verzuolo in provincia di Cuneo, era capitano nella Marina mercantile argentina».

LA MOSTRA

Sostenuta dal Museo Italo Americano of San Francisco, l’esposizione traccia le storie di uomini e donne di qualsiasi età e sesso che, spinti dalla speranza di una vita migliore, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo intrapresero viaggi transoceanici estenuanti verso l’America, partendo dai quattro porti d’imbarco autorizzati di Genova, Napoli, Palermo e Messina.

Gente povera, umile, come braccianti, operai, badanti, facchini, lustrascarpe, venditori ambulanti, che si imbarcarono ben consapevoli che molti di loro non sarebbero mai più tornati in patria. Persone che intrapresero viaggi per mare su navi a vela o piroscafi che duravano dalle tre alle cinque settimane, resi ancora più faticosi dal sovraffollamento e dalle condizioni igienico-sanitarie; luoghi che favorivano la rapida diffusione di malattie, dove respirare era quasi impossibile con l’aria piena del fumo e dei vapori delle macchine, e i letti erano formati da sacchi di paglia increspati e maleodoranti sistemati in anguste cuccette di legno, mettendo a dura prova le condizioni fisiche di passeggeri che, in molti casi, erano scarse già prima della partenza.

L’intera narrazione si sviluppa in 20 quadri in bianco e nero. Una mostra iniziata dal recupero di immagini, documenti, fotografie e cartoline capaci di condensare il senso di storie tanto intense quanto drammatiche: la ressa sui moli, le visite mediche prima dell’imbarco, la salita sulle navi con valigie enormi e pesanti caricate a fatica sulle spalle, gli addii struggenti, il grido “l’America!” e il saluto alla Statua della Libertà. Immagini capaci di restituire una prospettiva intima sui sacrifici e le speranze dei nostri antenati, che svolgeranno un ruolo chiave negli Stati Uniti nella costruzione di infrastrutture come grattacieli, ponti e ferrovie, così come nel settore agricolo.

Leda Vecco e il marito, con l’artista della mostra (al centro)

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