Un treno per Budapest. Poi l’aereo per l’Italia. E la consapevolezza di essere finalmente al sicuro. È rientrato da Kiev il trentenne di Belluno che nei giorni scorsi, proprio dalla capitale in cui ha vissuto e lavorato negli ultimi anni, ci ha raccontato lo scoppio e le prime fasi della guerra (In fuga da Kiev, l’inferno ucraino negli occhi di un bellunese). È tornato mercoledì scorso assieme alla moglie, cittadina ucraina, dopo un viaggio che fino all’Ungheria è stato «eterno, difficile e con attimi di paura». L’Ungheria che significava salvezza e che per due volte, anche quando era orami a un passo, sembrava lontanissima.
La prima scarica di paura, in piena campagna ucraina.
«Il treno si è fermato all’improvviso, hanno spento le luci e siamo rimasti al buio per venti minuti con l’ordine di non fiatare. Un allarme aereo il motivo più plausibile dell’intoppo. Poi fortunatamente siamo ripartiti».
La seconda invece proprio al confine. «Alla frontiera con l’Ungheria siamo stati fermi sei ore per il controllo dei documenti e l’attesa di un altro convoglio». Poi finalmente Budapest, dopo una corsa in treno lunga ben ventisei ore. Comunque, messo piede sul suolo europeo, le paure sono momentaneamente svanite. Solo momentaneamente, però, perché il conflitto continua a suscitare ansia e preoccupazione per l’esistenza lasciata indietro e soprattutto per gli affetti ancora in Ucraina. «I genitori di mia moglie sono rimasti, perciò non possiamo dirci del tutto tranquilli».





