Conoscere il mondo delle api: dalla A alla Z. Anzi, “Dalla A alla bzzzzz”. Prosegue il nostro alfabeto “apistico”, curato da Claudio Mioranza. Ecco la terza puntata…
A come affumicatore: strumento di lavoro usato dall’apicoltore durante le visite per calmare le api.
È una una piccola caldaia metallica dotata di mantice e soffietto: dove al suo interno si brucia del tessuto di juta o trucioli di legno o, ancora, residui di potature di piante aromatiche come la lavanda. A quel punto si sprigiona del fumo che viene soffiato (con moderazione) sulle api all’interno dell’alveare.
Tale azione porta le api a essere più calme, in quanto subentra forse il ricordo ancestrale di questo insetto che associa il fumo a un pericolo (fuoco). Quindi, d’istinto si gettano sulle celle di miele per raccogliere scorte ed eventualmente prepararsi a una fuga.
A come arnia: l’uomo, nelle prime forme di allevamento delle api, si ingegnò a ricreare una casa “confortevole”, utilizzando i materiali che poteva reperire in natura come paglia, sughero, tronchi cavi d’albero (bugni) per raccogliere e allevare gli sciami primaverili. Tale allevamento però aveva il risvolto negativo dell’apicidio per l’estrazione del miele. Nel 1851 la crudele pratica ebbe termine con l’invenzione dell’arnia in legno a telaini mobili, ad opera di Langstroth. Arnia poi evoluta all’attuale modello Dadant-Blatt che permise una standardizzazione delle misure e un miglioramento delle pratiche apistiche.
È costruita in legno di abete da 25 mm con un corpo centrale, detto nido, contenente 10 telaini mobili. Su questi vengono fatti costruire alle api i favi di cera con cellette, al loro interno viene poi allevata la covata e immagazzinato le scorte di miele e polline.
In tarda primavera e in estate, quando l’alveare ha ormai raggiunto il suo apice di popolazione (circa 50.000 api) e in coincidenza alle grosse fioriture come l’acacia o il tiglio dove il flusso di nettare raccolto puo’ essere molto abbondante rischiando di intasare il nido; l’apicoltore aggiunge il melario, un ampliamento del nido con dei telaini costruiti con favi con cellette di cera specifici per lo stoccaggio di solo miele che verrà poi raccolto dall’apicoltore quando esso è maturo.
L’insieme di più arnie costituisce un apiario che può essere stanziale (rimane sempre nella stessa posizione ) o nomade (le arnie vengono spostate su postazioni provvisorie nel territorio sulle varie fioriture).
Buona “api-cultura” a tutti. Alla prossima lettera…
Claudio Mioranza – Apicoltore dolomitico





