Qualcuno partiva da casa con appena il minimo indispensabile per star via un giorno. Qualcun altro un fagotto con un po’ di pane e un pezzo di formaggio. A piedi, rigorosamente a piedi finché non è arrivato il treno. E anche dopo l’invenzione della ferrovia, molti continuavano a fare il pellegrinaggio alla basilica di Padova con la sola forza delle gambe. O meglio, con la forza della fede. Era un pellegrinaggio autentico quello a Sant’Antonio, che portava ogni anno decine e decine di bellunesi verso la tomba del Santo per antonomasia. Soprattutto donne, che a ridosso del 13 giugno partivano in gruppo dal Comelico, dal Cadore, dall’Agordino, dalla Valbelluna… Tanta era la devozione nei confronti di Sant’Antonio, ben testimoniata dalle chiese a lui dedicate nella diocesi di Belluno-Feltre, almeno una ventina, tra cui quella di Giamosa (in foto).
Il tragitto della fede era un percorso lungo, oltre 100 chilometri, che per secoli ha visto scendere i devoti dalla montagna bellunese verso Padova. Le madri lasciavano per qualche giorno il nido domestico per invocare il santo e chiedere la sua intercessione. Un lungo viaggio, con tutte le insidie del caso, pur di vedere le reliquie e chiedere la grazia. Le giovani si rivolgevano a Sant’Antonio in cerca di marito o di una serena gravidanza. Ancora oggi sono molte le edicole e i capitelli con l’immagine del Santo. E se il pellegrinaggio a piedi non è più d’uso, molti si recano comunque sulla tomba di Antonio.
C’è di più: le persone di una certa età quando proprio non riescono a trovare qualcosa che hanno perso recitano ancora il “sequeris” in latino (o meglio in un latino un po’ bellunesizzato), invocando proprio Sant’Antonio. Non è nient’altro che la preghiera “Si quaeris miracula” (se cerchi miracoli), composto da fra Giuliano da Spira nel 1233, due anni dopo la morte di Antonio, subito beatificato.





