Mezzo secolo di autogestione. Impossibile? Tutt’altro. È così che funziona il Rifugio Galassi. Ogni estate si ripropone il “miracolo” del volontariato.
Braccia e mani diverse, tutte con lo stesso obiettivo: mandare avanti la struttura incastonata sotto l’Antelao. Definirla rifugio è quasi riduttivo. Casa-famiglia è meglio. E non è un’esagerazione: ormai dal lontano 1970 sono migliaia i volontari che si sono susseguiti, di settimana in settimana, per tenere aperto il presidio alpino. Più che aperto: attivo, funzionante, ospitante e ospitale.
Il rifugio è un gioiellino di architettura alpina, posto sotto la Forcella Piccola dell’Antelao e di proprietà del Cai di Mestre. Niente strade: la montagna costa fatica e sudore (ma dà soddisfazioni enormi). E allora per raggiungere il Galassi si può partire da Calalzo (un paio d’ore di scarpinata di buon livello) o da San Vito, attraverso il versante di Nord-Ovest. Itinerari diversi, con lo stesso dislivello, circa 600 metri. Quando si arriva, la visuale è magnifica: una cartolina da fermare il tempo. Rocce di Dolomia come cornice e muro di pietre squadrate, con balconi azzurri come solo i cieli dolomitici sanno essere.
Varcata la soglia del bar si inizia a respirare un’aria diversa. Non c’è “il” rifugista: ci sono i rifugisti-volontari. Ma non fa differenza, anzi. Il personale non è “del mestiere”, è vero. Ma la passione sopperisce a tutto; i servizi offerti sono eccellenti e l’accoglienza degli escursionisti è proprio il fiore all’occhiello. Anche in tempo di Covid.


«Quest’anno abbiamo solo 40 posti, perché le normative anti-Covid ci hanno obbligato a dimezzare il numero dei letti disponibili – spiega Samuele Basso, responsabile dei volontari per questa settimana (l’ultima di agosto) -. Nonostante ciò, abbiamo la stessa mole di lavoro perché oltre all’attività “standard” dobbiamo curare la sanificazione degli ambienti e di tutte le superfici». Eppure, neanche il Covid riesce a fermare la forza dei volontari. La passione va oltre. E la possibilità di restare una settimana sotto l’Antelao è una fonte inesauribile di energie. Solo così si spiegano i “numeri” del Galassi. Che ogni anno riesce a ripetere il “miracolo” e portare più di 120 volontari a 2.018 metri d’altitudine. Di settimana in settimana si alterna un team di dieci persone con il compito di assicurare tutti i servizi che offre il rifugio. C’è chi si occupa della cucina, chi del bar e chi dell’impianto fotovoltaico. La dote più richiesta è la versatilità: oggi serve un cuoco, domani un barista, dopodomani un cameriere. «La sede centrale del Cai Mestre pianifica tutta la gestione del rifugio, a partire da gennaio – continua Basso -. Rifornimenti, turnazione dei volontari, manutenzioni varie e chi più ne ha più ne metta».

Proprio perché si tratta di un’esperienza di volontariato, nessuno ci guadagna. «La ricompensa dell’auto-gestione è soltanto morale ed è quello che cerchiamo – conclude Basso -. Finita la settimana di servizio si torna a casa con un bagaglio immenso di esperienze ed emozioni. Proprio per questo il Galassi è stato per me amore a prima vista. Solo questa esperienza ci permette di vivere, per una settimana intera, all’interno di una cartolina».





