Sindacati e politica d’accordo: «Via Ideal, ma teniamo qui la produzione»

Sindacati e politica d’accordo: «Via Ideal, ma teniamo qui la produzione»

Morto un padrone, se ne fa un altro. Il vecchio adagio – rivisitato – vale anche per Ideal Standard. Sindacati e politica sono d’accordo: bisogna tenere aperta la fabbrica e mantenere a Trichiana la produzione di sanitari. Tradotto: traghettare lo stabilimento verso un altro proprietario, così da salvare sia i posti di lavoro, sia il glorioso marchio Ceramica Dolomite, dietro cui ci sono le competenze e la professionalità di quasi 500 lavoratori.

«La decisione di volere terminare le attività dello stabilimento Ideal Standard di Trichiana è gravissima: sono estremamente deluso dall’atteggiamento adottato da parte della proprietà a cui, in molte occasioni formali, era stata chiesta chiarezza sul futuro dei lavoratori del sito» premette il ministro Federico D’Incà. «Questa decisione non è accettabile: non tiene conto delle capacità dei dipendenti dell’unico sito produttivo rimasto in Italia e non tiene conto dell’opportunità di rilancio, in un momento di grande ripersa dell’economia, in particolare nel settore edile. Ora il vero grande obiettivo da parte del Governo è quello di intervenire per la salvaguardia della produzione e per dare continuità al sito: gli sforzi andranno nella tutela degli operai che da tempo dimostrano dedizione per un’azienda storica del bellunese. Sono in costante contatto con le organizzazioni sindacali di cui mi farò portavoce con il Ministero dello Sviluppo economico per trovare una soluzione».

Anche Cgil, Cisl e Uil sono al lavoro per salvare il sito produttivo. «Se ne andrà Ideal, ma noi e i lavoratori non ce ne andremo da Trichiana» dichiara Denise Casanova (Filctem Cgil). Ed è unanime la condanna della proprietà da parte del mondo politico. «Una presa in giro per i lavoratori e per le amministrazioni locali. La decisione annunciata da Ideal Standard di chiudere la fabbrica di Trichiana è contro ogni logica e un tradimento delle rassicurazioni e degli accordi presi dalla stessa proprietà con il governo italiano solo pochi mesi fa» commenta Roger De Menech (Pd). «La proprietà ha tenuto nascoste le reali intenzioni per oltre un anno. Tra l’altro, ha sfruttato i lavoratori, chiedendo loro uno sforzo in busta paga per finanziare il nuovo forno. Così non va» fa eco il deputato Fi Dario Bond. «Ora le istituzioni si uniscano: è necessario impedire che a Borgo Valbelluna si apra una questione sociale, perché dopo la crisi di Acc non è pensabile chiudere un altro stabilimento».

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