RSA in affanno, i sindaci: «Più risorse e il riconoscimento della specificità montana»

RSA in affanno, i sindaci: «Più risorse e il riconoscimento della specificità montana»

I Centri Servizi per Anziani non sono al collasso per cattiva gestione, ma per una questione strutturale che da quindici anni nessuno ha voluto affrontare. È il messaggio che arriva dai sindaci di Borgo Valbelluna, Limana e Sedico, impegnati direttamente nella gestione delle RSA comunali. Un appello che punta a fare chiarezza dopo giorni di discussioni e ricostruzioni parziali.

Il quadro economico è semplice: circa il 40% dei ricavi arriva dal contributo regionale, il resto dalle rette pagate dagli ospiti. Non esistono altre entrate significative. I bilanci si reggono solo perché i Comuni hanno integrato le tariffe, limitando aumenti che altrimenti sarebbero ricaduti interamente sulle famiglie. Ma il nodo è altrove: l’impegnativa di residenzialità non viene adeguata dal 2010. In quindici anni l’inflazione cumulata è arrivata al 32%, mentre il valore dell’impegnativa è rimasto fermo a 52 euro al giorno. Se fosse stato aggiornato, oggi sarebbe di circa 68 euro. Sedici euro di differenza per ogni ospite, ogni giorno, moltiplicati per migliaia di presenze annuali.

Nel frattempo i costi sono esplosi: inflazione, energia, rinnovi contrattuali degli operatori socio-sanitari. I Comuni hanno cercato di contenere le rette, ma non possono più compensare un divario che cresce anno dopo anno. «Non è una questione di gestione: è una questione di sostenibilità» ribadiscono i sindaci, ricordando che Belluno non è paragonabile alle altre province venete. L’indice di vecchiaia è tra i più alti della regione, la densità abitativa tra le più basse, la dispersione territoriale e la conformazione montana generano costi che altrove non esistono.

A questo si aggiunge la complessità crescente degli ospiti. Le RSA del territorio lavorano con standard di personale superiori ai minimi regionali, non per scelta ma per necessità: deterioramento cognitivo, disturbi comportamentali, trasferimenti dai nuclei SAPA chiusi nel 2025. La recente sperimentazione regionale (DGR 465/2024) ha inciso poco, perché non tiene conto delle specificità montane.

E no, nemmeno l’assistenza domiciliare può essere la soluzione universale. In un territorio disperso come Belluno, gli operatori passano fino al 70% del tempo negli spostamenti. Le abitazioni non sono pensate per assistenze intensive: scale, spazi ridotti, accessi difficili. Pensare di sostituire la residenzialità con il domicilio significa ignorare la realtà.

Il rischio è concreto: senza interventi correttivi, entro fine anno molte strutture potrebbero entrare in crisi. E l’alternativa sarebbe una sola: ospedali ingolfati da anziani lungodegenti, con costi e disagi ancora maggiori.

Per questo i sindaci chiedono due misure immediate. La prima: adeguare il valore dell’impegnativa, recuperando almeno parte del divario accumulato dal 2010. La seconda: rendere subito disponibili alle RSA l’80% delle risorse derivanti dagli extracanoni idrici, come già previsto dalla normativa regionale. «Non chiediamo privilegi» sottolineano i tre Comuni. «Chiediamo che venga riconosciuta una condizione oggettivamente diversa e che le risorse pubbliche vengano utilizzate per garantire la sostenibilità di servizi essenziali». Servizi che non sono solo numeri di bilancio, ma luoghi dove vivono persone fragili e lavorano centinaia di operatori qualificati, da valorizzare anche attraverso percorsi professionali gratuiti e retribuzioni adeguate.

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