Prefettura e questura, manca il 60% del personale

Prefettura e questura, manca il 60% del personale

Non solo sanità, scuola e trasporto pubblico. A Belluno anche Prefettura, Questura e Polizia stradale soffrono di una grave carenza di personale. Con possibili ripercussioni sui servizi offerti alla cittadinanza. Un quadro complicato, che va avanti da anni e che ieri mattina è stato analizzato nel dettaglio in una riunione sindacale organizzata proprio in Prefettura.

Negli uffici centralizzati bellunesi direttamente dipendenti dal Ministerio dell’Interno i dati numerici del personale presente sono allarmanti, toccando percentuali di scopertura del 63% per la Prefettura e del 60% per la Questura. Attualmente a Palazzo dei Rettori, ad esempio, sono 28 i dipendenti in pianta stabile (più un paio di persone a tempo determinato) ma la dotazione organica dovrebbe essere di 70 persone. Identico discorso per la Questura, che può contare al momento su 13 dipendenti amministrativi sui 33 previsti. Non stanno meglio alla Polizia stradale: a Belluno ci sono solo 2 dipendenti, dovrebbero essercene 6.

«Purtroppo la carenza di personale si trascina da anni – fanno sapere i sindacati – con gravi ripercussioni non solo sul carico di lavoro degli impiegati, ma anche in tutta una serie di servizi fondamentali». Basti pensare, ad esempio, alla gestione dei richiedenti asilo, ma anche alla partita del sociale, con i bandi direttamente gestiti dalla Prefettura.

Una situazione che non sembra avere soluzione a breve. «Anche i concorsi ormai vanno spesso deserti» – aggiungono i sindacati – segno che un impiego di questo tipo non è nemmeno più appetibile dal punto di vista economico. Le persone preferiscono altre destinazioni». Anche l’età media, di 58 anni, non aiuta: «Non c’è turnover – lamentano Cisl, Cgil e Confintesa – e lo smart working in molte occasioni non è realizzabile».

Tra le soluzioni proposte, una serie di incentivi economici dedicati a chi decide di venire a lavorare in aree disagiate, sulla falsariga di ciò che già accade per medici e magistrati. Ma anche l’indizione di concorsi su base regionale e non più nazionale.

Altrimenti si rischia la paralisi: «Tutta una serie di attività rischierebbero di non poter più essere fatta, come ad esempio i controlli per le certificazioni antimafia – concludono i sindacati – così come c’è il concreto rischio di dover ridurre ulteriormente gli orari di apertura al pubblico».

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