Oggi è Pasqua, si celebra la resurrezione. Ma nella liturgia cattolica, non esiste rinascita che non sia preceduta dalla passione e dalla morte. E a Belluno è conservato proprio un pezzettino – piccolo piccolo – della passione. O almeno così vuole la tradizione, perché si sa, quando si parla di reliquie si entra in un campo avvolto dal mistero. E nel caso della “Sacra spina” il mistero è talmente fitto che pare ci volessero cinque chiavi per aprire il tabernacolo in cui era conservata.
Il nome – “Sacra spina” – è già indicativo. Si tratterebbe di un frammento della famosa corona che fatta indossare a Gesù dopo la flagellazione. Il racconto dei Vangeli parla chiaro: «I soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: “Salve, re dei Giudei!”. E gli davano schiaffi».
La tradizione fa arrivare quel frammento di corona di spine – autentica reliquia, veneratissima fin dai tempi antichi – direttamente dall’Oriente. Più precisamente da Costantinopoli. Sarebbe giunta a Belluno qualche anno dopo la caduta di Bisanzio, per mano dei Turchi, nel 1453.
Oggi la reliquia viene portata in processione durante le celebrazioni del Venerdì Santo. Ma per secoli è stata conservata in un tabernacolo, incastonato nell’altare laterale della cattedrale fatto fare appositamente. E si dice che quel tabernacolo avesse cinque serrature, che si aprivano con cinque chiavi diverse, affidate ad altrettante personalità della città.






