La strada che pianura sul lungo drittone (che ricordi, scendevo a Belluno in corriera, ci fermarono perché la montagna bruciava) ogni volta mi fa temere per uno schianto con animale, ungulato di palco lungo o corto: essì che la scena appare sgombra, da dove possono uscire per sorprendermi? Forse è anche per quella volta con mio padre, più in su verso la Muda, la Peugeot bianca fu scelta come piattaforma elastica da un capriolo che saltava giù da sopra la strada. Fu fatta una cena, dallo zio cacciatore, la questione sulla pelle dell’animale fece conoscere la mia famiglia con quella del futuro marito di mia sorella Paola, padre del mio nipote ingegnere ambientale: forse ci penserà lui a tirar su quel ponte di legno per fare attraversare cervi e caprioli.
Basta anche coi ricordi, adesso: è il mio pensiero fisso, la mia stellina antifòla, lassù, che brilla.
Ci incontriamo, io Anna il Boa e Nicola Fontanive alla Pedavena, prima di Agordo.
Dunque, Nicola: la casacca delle Civette sette giorni su sette e quella della Nazionale per un decennio. Hockey di famiglia: i fratelli, il padre Primo che a metà anni Ottanta passa il testimone a Nicola, anche lui in Nazionale, anche lui a un certo punto assistente allenatore. Un anno coi Red Hawks, nell’Ohio, i colori son pur sempre quelli, il bianco e il rosso.
«In un altro mondo ho cominciato un’altra vita» mi dice. E un nuovo lavoro, il personal trainer.
Ed è terribilmente serio, quando mi rivela che giocare a hockey non gli manca. Tutti pensano che debba mancargli, in qualche maniera, una cosa così importante e così piena: mondiali, nazionali, battaglie con divinità, tipo Ovechkin, lì di fronte.
E invece no. Si cambia, cambiamo, “per non morire” canterebbe la reticente rossa, io penso alla mia chitarra appesa al chiodo, si cambia sì, strano per gli altri ma non per te.
La porta d’ingresso emette a ogni arrivo e partenza un suono secco reboante, simile a una carica in balaustra. Cosicché ci giriamo spesso, qualcuno di noi di scatto, in quella direzione.
Mi dice il Boa Paganin che quelli di Alleghe imparano a pattinare da soli un giorno da piccoli.
«È vero» fa Nicola, «i miei mi hanno portato lì sul lago, ero piccolissimo. Ho messo su i pattini, e ho pattinato».
C’è spazio per un aneddoto? Uno di numero, sì. Milano, concerto di Michael Bublé. C’è un giocatore nelle file meneghine, Ranallo, italo canadese, che conosce qualcuno nello staff del cantante. Concertone in primissima fila, infine l’ottima prospettiva di un prosieguo di serata con la star — socio di una franchigia niente male, a Vancouver —. Domani ci sarebbe una partita, col Vipiteno. Su un piatto il match, sull’altro il suo idolo musicale. Nicola sceglie il Vipiteno, saluta la bella compagnia e va a dormire. Credo a malincuore, credo facendosi violenza. Come alla sua schiena, del resto: non gliel’ha detto il dottore di giocare a hockey, anzi, glielo aveva sconsigliato, poco meno che proibito, un medico di un pomeriggio a Padova col sole che va giù di colpo. Credo che l’apparente semplicità con la quale diciamo certi no semplifichi la vita.
La sera dopo, col Vipiteno, vittoria per 4 a 1, e lui segna. Bada il caso.
Considero con i presenti che le città dell’hockey e degli sport d’inverno hanno un qualcosa che accomuna con una linea diretta, e un tepore da qualche parte come una luce in mezzo al freddo, le città del mondo: Alleghe come Cortina, Grenoble, Chamonix, Megeve, la Stiria di Graz, la Mitteleuropa, Karlstad, il Grande Nord. E lo sterminato Canada, dove il disco ha cominciato a correre sul ghiaccio. L’America.
Mi sembra si stia insieme, e bene, su queste belle poltrone, qui alla Pedavena l’eco lontana delle aree di servizio sulle infinite strade yankee amate dai film. Nell’hockey il tempo è effettivo, il tempo perso vien punito. Il tabellone scandisce decimi di secondo, sull’ultimo giro di lancette. Può succedere ancora qualcosa. Ed ecco: a fil di sirena, si unisce a noi il caro dottor Costa, che di cose ne ha aggiustate tante, sul lungolago e con la Nazionale.
Poi ci saluta, Nicola Fontanive, ad Alleghe via Skype lo aspetta un appuntamento di lavoro: qui saranno le ventuno, nel Nuovo Messico, da dove dei clienti lo chiameranno tra poco, l’una del pomeriggio.
Finale per agordini: a chi ti apostrofa con un “sei sempre uguale” riservare una carica in balaustra.
Finale per hockeisti: “Pattino dove sta andando il dischetto, non dove è stato”. Firmato Wayne Douglas Gretzsky e citato da Steve Jobs quando in un giorno del 2007 decide di presentare al mondo una cosa, l’IPhone. Forse per draftare il miglior giocatore del mondo prima che ci arrivasse Bill Gates con l’Office.
di Antonio Nino Fiabane
Nella foto: Nicola Fontanive, Wayne Gretsky e Manuel De Toni





