
Sarà anche neutrale, ma nemmeno la Svizzera può chiamarsi fuori dalla guerra contro il Coronavirus. Al di là delle Alpi, come ormai a tutte le latitudini, la pandemia morde. E cambia stili di vita, impone restrizioni, detta limitazioni. Se sei nato e cresciuto altrove, però, è normale rivolgere l’attenzione anche a quanto sta accadendo nel tuo paese di origine. È così per Raffaele De Rosa, linguista, scrittore e insegnante feltrino di 53 anni, venti dei quali trascorsi in terra elvetica, a Sciaffusa.
Qual è la situazione generale nella sua città?
La situazione nella Svizzera tedesca, e in particolare a Sciaffusa, è ancora relativamente tranquilla. Sicuramente non è paragonabile a quella di altre nazioni vicine come l’Italia, la Francia e l’Austria. Anche in alcune aree della Germania meridionale, qui vicino, ci sono delle zone a rischio.
Mia moglie lavora proprio nel reparto di rianimazione dell’ospedale locale. Per adesso sono un po’ tutti sorpresi dal fatto che non sia arrivata la grande ondata di ricoveri. Tutto avviene abbastanza gradualmente, ci si aspetta che la situazione cambi da un momento all’altro. Anche questa attesa può essere mentalmente logorante. In fin dei conti, con l’adozione delle misure drastiche di contenimento siamo due/tre settimane in ritardo rispetto all’Italia.
Finora quali sono state le principali misure?
Prima di tutto bisogna dire che dalla fine di febbraio sono state molto graduali. La chiusura generale è avvenuta solo a metà marzo, ma gli eventi sportivi (calcio, hockey su ghiaccio, e altro, ndr) erano già stati sospesi alla fine di febbraio. Io ho fatto lezione in classe fino a metà marzo con le aule piene di raccomandazioni igieniche.
Le misure sono molto simili a quelle adottate in Italia e in altri Paesi, ma con alcune sostanziali differenze: il consiglio federale ha detto esplicitamente che preferisce rispettare le libertà individuali dei cittadini appellandosi al buon senso delle singole persone. Concretamente, questo significa che l’uso di misure coercitive come le multe è solo l’ultima delle soluzioni. Anche strumenti come l’autocertificazione o simili sono stati ritenuti inutili cavilli burocratici usati nei Paesi dove il rapporto tra cittadini e Stato è minato da una grande sfiducia reciproca. Questo non è stato detto esplicitamente, ma lo si è capito tra le righe.
Quindi, come funziona?
Non esiste un vero e proprio divieto di spostamento, ma una fortissima raccomandazione a muoversi solo per validi motivi, da soli e possibilmente in luoghi isolati, restando a debita distanza dagli altri. A queste condizioni, l’attività fisica come il jogging, l’andare in bicicletta o semplici passeggiate non sono vietate, ma sono addirittura raccomandate. Tutto dipende dall’intelligenza delle persone a non abusare di certe libertà, magari mettendosi nei guai per imprudenza.
Ci sono alcuni cantoni, come per esempio il Ticino, il più colpito dalla pandemia, che vorrebbero restrizioni ancora più forti, simili a quelle italiane. Alcuni cantoni hanno pensato anche di vietare l’uscita alle persone dai 65 anni in su, ma il consiglio federale ha respinto l’idea perché discriminante. Tra le attività ancora consentite ci sono quelle che riguardano i cantieri edili o stradali e questo ha portato a diverse polemiche perché in questi casi è difficile mantenere una distanza di sicurezza tra gli operai.
Al momento in Svizzera, dopo le prime due settimane di “pace” sociale, si è riaperto il fronte tra le esigenze economiche che vorrebbero una riapertura graduale di tutte le attività e quelle sanitarie che invece temono il collasso degli ospedali. Bisogna dire, comunque, che i provvedimenti economici adottati per sostenere le attività di tantissime imprese sono stati molto veloci e soprattutto estremamente pragmatici, cioè senza tanta burocrazia.
Come è cambiata negli ultimi tempi la sua vita?
Anche se come docente faccio un’attività molto sociale, il rimanere molto di più a casa non mi dispiace affatto… anzi. In questo momento le mie lezioni sono sospese, ma sto facendo delle prove per organizzarle a distanza. Rispetto ai colleghi che lavorano nelle università o nelle scuole dell’obbligo, anch’essi colti di sorpresa dalla sospensione delle attività in classe, nella formazione degli adulti ci sono diversi margini di libertà nel decidere se sospendere un corso per alcune settimane oppure continuarlo a distanza con programmi appositi. Sto valutando le varie opzioni, ma la risposta che ottengo dai miei alunni è sostanzialmente questa: aspettiamo e riprendiamo normalmente in classe quando sarà possibile.
Per il resto, non faccio niente di più e niente di meno rispetto a quello che facevo prima di questa pandemia. Non mi mancano i ristoranti, le feste o i concerti, in compenso faccio lunghe passeggiate nei boschi che iniziano a poche centinaia di metri da casa mia.
Ne approfitto per scrivere alcune cose, riprendendo anche alcuni progetti vecchi. Cerco dunque di scrivere delle storie anche su questo strano periodo, con la speranza che qualcuno un giorno le legga. Anche questa attività può essere di aiuto.
Ora ci sono delle categorie di professionisti estremamente importanti per la tenuta del nostro sistema. Sono i medici, gli infermieri, i farmacisti, i cassieri e gli impiegati dei supermercati, i camionisti, i bravi giornalisti, i docenti di ogni ordine e grado e tutte le persone che ci assicurano i servizi di base. Nel mio piccolo cerco semplicemente di sostenere il più possibile e in vari modi mia moglie che aiuta i pazienti dell’ospedale di Sciaffusa a guarire dal virus. Anche saper ascoltare i suoi racconti o rispettare i suoi silenzi alla fine della sua lunghissima giornata di lavoro credo sia importante.
Come valuta da lì la situazione dell’Italia?
L’Italia e gli italiani, secondo me, si stanno comportando complessivamente molto bene. Quando alla fine di febbraio il governo italiano ha deciso di chiudere tutto, nel resto d’Europa si continuava a fare come se nulla fosse. Quando vedevo certe immagini drammatiche provenienti dall’Italia e le paragonavo con quelle degli altri Paesi europei, con stadi pieni, sfilate di carnevale, piazze strapiene, mi chiedevo: è possibile che nessuno si stia accorgendo di quello che avviene a poche centinaia di chilometri da qui?
Il governo italiano, pur con tutti i limiti organizzativi e le immancabili polemiche interne, è stato il primo Paese democratico europeo che ha avuto il coraggio di prendere decisioni drastiche per limitare la libertà dei cittadini. E gli italiani si sono presi le proprie responsabilità cercando di rispettare le direttive, anche se a volte confuse. L’Italia ha aperto così la strada per gli altri, che solo molto dopo hanno reagito e per questo colpevole ritardo stanno pagando ora con conseguenze ancora più gravi.
In Italia si è deciso di prendere delle decisioni estremamente impopolari per salvaguardare la salute pubblica. Non tutti hanno avuto lo stesso coraggio in Europa.
Impopolari, appunto. Infatti, non tutti le rispettano…
Molti si lamentano che le direttive non vengono rispettate al cento per cento dalla popolazione. E ho letto delle polemiche sulla fuga di massa dal Nord verso il Sud, come se questo comportamento fosse dovuto alla nostra “indole geneticamente anarchica”. Mi ha sempre colpito questo complesso di inferiorità di molti italiani nei confronti di altri popoli europei e nello stesso tempo non sopporto nemmeno gli atteggiamenti che paventano una nostra presunta superiorità culturale rispetto agli altri. Paura, disorientamento, impazienza, insofferenza alle regole, egoismo e tanti altri difetti sono atteggiamenti diffusissimi a tutte le latitudini. Li posso osservare benissimo anche nella “disciplinatissima” Svizzera con persone che litigano tra loro per una confezione di carta-igienica o che pretendono di andare in vacanza nelle loro case in montagna intasando le strade.
Per quel che riguarda il Bellunese, che percezione ha dalla Svizzera?
In provincia di Belluno la situazione per fortuna è meno drammatica, nei numeri, rispetto a quella di altre zone d’Italia. La popolazione bellunese, poi, generalmente segue abbastanza bene le regole anche in situazioni normali. In questa contingenza eccezionale è sicuramente aumentata ancora di più la disponibilità ad aiutare gli altri attraverso iniziative di solidarietà di ogni tipo. Sull’affidabilità e la serietà di gran parte dei bellunesi non ho mai avuto dubbi e credo stia emergendo ancora una volta in queste condizioni estremamente difficili.
Il futuro come lo vede?
Difficile dirlo ora. Dopo la crisi del virus, che durerà per diverso tempo ancora, bisognerà affrontare anche una grave crisi economica che colpirà tutto il mondo. Molte cose cambieranno e il nostro comportamento sarà sicuramente diverso sotto vari punti di vista. Forse qualcuno troverà perfino degli insegnamenti in tutto questo.
Qual è la prima cosa che farà una volta che sarà tutto finito?
In realtà sono tre cose: vorrei attraversare di nuovo liberamente il confine tra Svizzera e Germania, ci abito a pochissimi chilometri. Questa Europa chiusa è desolante, vedere persone – amici divisi, partner divisi, famiglie divise – che si parlano attraverso un reticolato con i poliziotti che le controllano se fanno un passo in più è tristissimo, non è questa l’Europa che mi immaginavo quando ero ragazzo, però è l’Europa che vorrebbero alcune persone oggi… una cosa terribile. Se amate i confini presidiati venite qui e osservate gli elicotteri militari o i droni sorvolare le vostre teste. Non è una bella sensazione.
Dopo che i confini saranno definitivamente aperti vorrei andare a trovare finalmente mia madre e mio fratello a Feltre. Vorrei incontrare anche i miei amici e non solo vederli o sentirli telefonicamente.
Infine, vorrei fare un lungo viaggio in Italia e incontrare le persone, vorrei sentire da loro, magari a due metri di distanza, come hanno vissuto questa esperienza e, perché no, raccontarla.
Si ringrazia Simone Tormen di Bellunesi nel Mondo per aver raccolto l’intervista





