Da una parte le notizie sempre più allarmanti di un’escalation e di un’invasione che – parola del Segretario di Stato americano Antony Blinken – «potrebbe iniziare in qualsiasi momento». Dall’altra una vita quotidiana che cerca, per quanto possibile, di mantenersi sui binari della normalità. Perlomeno a Kiev, da dove racconta il suo punto di vista sulla situazione di crisi con la Russia un trentenne di Belluno che preferisce rimanere anonimo. Vive stabilmente nella capitale dal 2018, con la moglie, cittadina ucraina. Entrambi lavorano nell’ambito del marketing e dei servizi digitali per diverse aziende internazionali.
«Tutto procede come al solito, per ora. Non ci sono indicazioni di alcun tipo da parte del governo, il quale sembra in totale balìa della volontà delle nazioni straniere», racconta il giovane bellunese, spiegando che ormai da mesi, almeno da inizio dicembre dello scorso anno, si susseguono ipotesi di un attacco russo. Ipotesi che però finora non si sono concretizzate. Anche se nel frattempo «gli armamenti e le risorse per un conflitto al confine sono aumentate».
Altro segnale: «Da qualche tempo sono iniziate delle esercitazioni congiunte con la Bielorussia che nelle tempistiche sono sospette, perché dovrebbero durare fino al 20 febbraio, giorno di chiusura delle Olimpiadi di Pechino – continua il giovane bellunese -. C’è chi sostiene che Putin voglia attendere la fine dei Giochi prima di sferrare l’offensiva, per non destabilizzare l’evento in Cina, ma queste potrebbero anche essere considerazioni da complottisti».
E intanto «la vita va avanti regolarmente. Qui si cerca di gestire le cose in modo da non creare apprensione. A Kiev non ci sono segnali di crisi, forse le cose possono essere un po’ diverse nelle aree a est, nei pressi del confine, dove la situazione è senz’altro più tesa».
Tanto che nelle ultime ore diversi Paesi hanno iniziato a invitare i propri cittadini che si trovano in Ucraina a lasciare il Paese. Un’idea che sta valutando anche il nostro testimone, anche se il rientro in Italia non è nei piani immediati.
«Se le cose dovessero degenerare, tornerei – spiega -. Mia moglie, essendo sposata con me, potrebbe ottenere il permesso di soggiorno per restare, se decidessimo di farlo; in più il nostro lavoro può essere svolto da qualunque posto, visto che lavoriamo a distanza, ma per ora non riteniamo ce ne sia bisogno. La guerra sembrava imminente anche a gennaio. Vediamo come si evolvono le circostanze. Tutto è un po’ in bilico. Abbiamo dei colleghi e amici, nostri coetanei, che hanno già preso delle contromisure per l’eventualità di un conflitto, alcuni hanno già le valigie pronte per andarsene. Noi, al momento, non partiamo».





