“La ruota dei bambini”: dall’abbandono dei neonati alla vita che sboccia

“La ruota dei bambini”: dall’abbandono dei neonati alla vita che sboccia

Oggi vi vogliamo parlare di un argomento delicato perché i bimbi ne sono protagonisti. Bimbi innocenti, fragili e soli.

Parliamo della ruota degli esposti: una bussola girevole che accoglieva i neonati abbandonati. Il nome sembra cruento e freddo, in realtà ha dato una possibilità a piccole creature di sopravvivere e diventare grandi. In questa ruota, i bimbi venivano lasciati dopo il tramonto o alle prime luci dell’alba, per assicurare l’anonimato dei genitori.

Tra la fine del 1700 e il 1800, in Veneto contiamo ben sette “ruote”: Belluno non ne aveva una, in compenso c’erano tanti neonati abbandonati anche in provincia e venivano lasciati a Treviso, Padova o Venezia.

Nata in Francia sul finire del XII secolo, questa ruota fu voluta da Papa Innocenzo III, turbato da incubi ricorrenti che avevano come protagonisti bimbi senza mamma e papà. Era un periodo di grande crisi economica globale e fu lungimirante.  

Anche il Veneto risentì della crisi: la povertà era dilagante e trovò terreno fertile nella crescita delle morti da parto, causate spesso dalla scarsa igiene. Non tutti potevano permettersi un’ostetrica in casa e i papà, spesso giovani vedovi, non avevano altra scelta che la “ruota”.

A volte, invece, le mamme impossibilitate ad allattare per la malnutrizione si vedevano costrette ad abbandonare il loro piccolo. A quei tempi la mortalità infantile era alta a causa di malattie come il vaiolo, difterite o semplice influenze.

Pure da Belluno partivano le balie da latte per aiutare i piccoli: molto spesso ne diventavano le mamme adottive, se le possibilità economiche lo permettevano. Questi erano i bimbi più fortunati, altri rimanevano in istituto fino ai diciotto anni e i cognomi erano frutto della fantasia dei direttori e degli educatori delle strutture.

Altre volte ancora, i bimbi venivano adottati da famiglie ricche che non potevano avere figli naturali. La vita all’interno dell’istituto era scandita dal suono della campanella al mattino presto, colazione insieme e poi la scuola: la cultura era considerata importante. Tanto è vero che il maestro arrivava tre volte la settimana e insegnava a leggere e scrivere, mentre i ragazzi più grandi, che purtroppo non trovavano famiglia, venivano avviati all’esperienza del lavoro artigianale. Avevano un piccolo salario affinché potessero fare leva su un’autonomia economica per vivere una nuova vita fuori dall’istituto.

Una volta aperta la porta dell’istituto, si trovavano con un sacco di iuta in mano: dentro tutta la vita in pochi oggetti. Un bagaglio di vita dura da portare e una valigia di sogni.

Alla prossima!

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