Il 50% dei posti di lavoro non viene coperto, rilanciato il tavolo delle politiche attive

Il 50% dei posti di lavoro non viene coperto, rilanciato il tavolo delle politiche attive

Su 100 figure professionali richieste dal mercato del lavoro bellunese, 50 sono di difficile, se non impossibile, reperimento. Le cause? Sono divise perfettamente a metà tra mancanza di persone e competenze inadatte. La fotografia, impietosa, è di Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro, che ieri mattina, assieme a Camera di commercio, sindacati e associazioni di categoria ha firmato l’accordo per la promozione e la valorizzazione del mercato del lavoro in provincia di Belluno. Si tratta, in soldoni, del rilancio, potenziato, del tavolo delle politiche attive, avviato già nel giugno del 2020 e rimasto però lettera morta.

Allora, in piena pandemia, l’urgenza era quella di programmare il futuro alla luce del lockdown e delle migliaia di ore di cassa integrazione a cui avevano dovuto ricorrere le aziende bellunesi. Oggi il quadro è diverso, ma per alcuni versi anche peggiore. Perché la guerra in Ucraina rischia di far sentire i suoi effetti nel breve periodo anche nel Bellunese.

I numeri che esplicitano le paure sono forniti da Federico Callegari, direttore dell’ufficio studi della Camera di commercio Treviso – Belluno. Per il Bellunese l’export verso i paesi dell’area del Mar Nero orientale (dove al momento gli scambi commerciali sono azzerati) vale 63,3 milioni di euro. Ovvero l’1,5% del totale, mentre importiamo merci e servizi per 1,9 milioni. Meno che nel resto del Veneto, per il quale l’export vale il 3% del totale, ma con numeri importanti per alcuni settori specifici, come l’occhialeria (44 milioni di euro nel 2021) e i macchinari (12 milioni).

Eppure le cose stavano andando bene. Nell’ultimo trimestre del 2021 la produzione manifatturiera nel Bellunese è cresciuta del 9,1% rispetto al trimestre precedente e del 12,7% rispetto allo stesso periodo del 2020. Insomma, il futuro non sembra roseo. Che fare, quindi? Monitorare, analizzare, per cercare di favorire al massimo l’incontro tra domanda e offerta, valorizzando le figure professionali e creando opportunità occupazionali. Una necessità che si fa sempre più sentire, alla luce anche delle crisi aziendali che scoppiano qua e là nel territorio.

Tornando ai numeri iniziali, il mismatch lavorativo, spiega Barone, ha diverse cause. Su tutte il calo demografico, che riduce continuamente il numero di candidati disponibili. Ma un ruolo importante lo gioca l’inadeguatezza delle competenze dei lavoratori rispetto ai profili ricercati. «Su quest’ultimo fattore  – spiega Barone – possiamo e dobbiamo continuare a investire con politiche mirate, anche in raccordo con il sistema imprenditoriale e le parti sociali. L’emergenza Covid ha accentuato il fenomeno perché è andata a colpire alcuni settori più di altri e il conflitto in Ucraina rischia di avere conseguenze al momento ancora indecifrabili, anche da un punto di vista occupazionale. Anche per questo è il momento di rafforzare il nostro impegno».

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