Un giovane vestito da operaio, le montagne alle spalle, e sopra la testa una frase che sembra uscita da una parodia dialettale: “Dai vegnì zo in val che ghe xe da far andar avanti tut!”. È la nuova campagna di Adecco, affissa a Belluno, e già diventata virale. Ma non per i motivi sperati. A leggere lo slogan, sembra che la montagna sia popolata da cavernicoli in tuta da lavoro, pronti a scendere a valle per “far girare la baracca”. Il problema? Non è una gag. È una pubblicità vera. E i sindacati non l’hanno presa benissimo.
Con una nota congiunta, Denise Casanova (CGIL Belluno) e Alberto Chiesura (Nidil CGIL) hanno espresso “sconcerto e sdegno” per un messaggio che, secondo loro, offende chi vive e lavora nelle terre alte. Non solo per il dialetto pasticciato – che non è né veneto né ladino né bellunese – ma per l’immagine che ne deriva: quella del montanaro rozzo, semianalfabeta, buono solo per “far andare avanti tut”.
Eppure, i dati raccontano un’altra storia. Belluno è la provincia veneta con il minor numero di Neet (giovani che non studiano, non lavorano e non cercano lavoro): appena il 5,2%, contro il 17,5% di Rovigo. Qui si studia, si lavora, si resiste. E si parla anche italiano, volendo.
La cultura della montagna, quella vera, è fatta di fatica, dignità, tradizioni e competenze. Non di slogan caricaturali. E mentre Adecco cerca manodopera con frasi da meme, i giovani bellunesi si laureano, si specializzano, si reinventano. Con buona pace del marketing.
La richiesta dei sindacati è chiara: ritirare il manifesto. La risposta di Adecco? Ancora non pervenuta. Ma intanto, in val, si continua a far andare avanti tut. Con o senza slogan.





