Comprendere altre lingue partendo dai “ponti linguistici”. Esperienza innovativa al Renier

Comprendere altre lingue partendo dai “ponti linguistici”. Esperienza innovativa al Renier

All’inizio gli uomini parlavano tutti la stessa lingua. E si capivano. Poi però hanno tentato di raggiungere il cielo e allora Dio li ha puniti, creando centinaia di lingue diverse. È il racconto della torre di Babele tanto che ancora oggi il termine “babele” significa confusione e disordine. E se invece ci fosse ancora qualcosa della lingua primigenia e gli uomini potessero capirsi in qualche modo?

È l’esperimento provato al liceo Renier qualche settimana fa. Un progetto dell’Università di Verona, condotto da Francesca Ghirardi, giovane ricercatrice che sta studiando un nuovo approccio di didattica innovativa delle lingue. E ha fatto alcune prove con gli studenti bellunesi.

«L’idea di base è creare dei “ponti linguistici”, valorizzando il repertorio che i ragazzi hanno, senza saperlo» spiega. «L’obiettivo è comunicare senza necessariamente utilizzare l’inglese».

L’esperimento è stato condotto in cinque lezioni con quattro classi (tre del linguistico, una del socio-economico). E, incredibile ma vero, i ragazzi sono riusciti a comprendere un testo in olandese e uno in turco. Proprio così. 

«Ho presentato un testo in olandese, e partendo dall’inglese che studiano a scuola i ragazzi sono riusciti a comprenderlo e tradurlo. Poi hanno visto un video di un ragazzo che parlava in turco e sono riusciti a comprendere anche quello» spiega Francesca Ghirardi. «Questo modo di affrontare testi in lingua straniera permette di comprendere come i confini tra lingue non siano rigidi. E i ragazzi hanno strumenti per accedere a più lingue. Questo toglie lo l’ansia di doversi esprimere in lingua straniera. È un approccio che motiva allo studio di nuove lingue».

Ma come funziona? «Si cerca di valorizzare tutte le lingue conosciute, anche quelle acquisite al di fuori dei percorsi formativi, come ad esempio il dialetto. E poi si creano dei ponti linguistici» spiega Ghirardi. «Avevamo a disposizione cinque lezioni al Renier. Siamo partiti da una selezione degli elementi più significativi e dalla valorizzazione del repertorio linguistico dei ragazzi. Poi abbiamo fatto attività di intercomprensione scritta, con l’olandese e con il cinese, sfruttando la conoscenza di una ragazza madrelingua in classe. C’è sempre una lingua ponte, nel caso dell’olandese era l’inglese. L’intercomprensione orale presuppone che le competenze di base sulle lingue che già si usano possano essere utilizzate anche per altre lingue. In più lingue dello stesso ceppo hanno un lessico che ritorna. Quello che è importante è capire che non serve capire ogni singola parola, ma il senso generale di un testo o di una conversazione».

E nel caso in cui non esista una lingua ponte? «È il caso del turco, una sfida presentata ai ragazzi: la maggior parte delle strutture era impossibile da comprendere partendo dalle conoscenze grammaticali di italiano, inglese o altre lingue conosciute. Eppure le classi sono riuscite a capire il significato del video presentato. Molti sono rimasti sbalorditi da questo. Abbiamo provato anche un testo in latino e anche in questo caso i ragazzi sono rimasti stupiti di quanto riuscivano a capire». 

Qual è l’obiettivo di questi esperimenti linguistici? «Cambiare la didattica delle lingue. Ho frequentato il corso con la professoressa Paola Celentin, a Verona, e ora sto portando avanti la ricerca all’Università di Milano. L’idea è di portarla nelle scuole per aumentare la consapevolezza, e rendere la didattica delle lingue divertente ed efficace. Far capire ai ragazzi che sono liberi di esprimersi, dato che nell’apprendimento delle lingue il non buttarsi è un problema».

La scuola è pronta a tutto ciò? «Non lo so: i ragazzi non vedono l’ora che le cose cambino. Non accettano più la didattica frontale, perché non consente di concentrarsi».

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