«La rivoluzione culturale è diventare femministe: tutti, uomini e donne»

«La rivoluzione culturale è diventare femministe: tutti, uomini e donne»

«La vera rivoluzione culturale avverrà nel momento in cui diventeremo tutte femministe, uomini e donne insieme». Lo affermano Lucia Saviane (responsabile provinciale Democratiche bellunesi, in foto) e Monica Lotto (segretaria provinciale del Partito democratico). 

“Femminismo” è una parola che nel nostro Paese ha assunto una connotazione negativa, ed è per questo che va rivalutata: «Essere femminista vuol dire auspicare di vivere in una società in cui uomini e donne abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri, e agire affinché questa idea si realizzi. È nell’interesse di tutti vivere in una comunità più aperta, più inclusiva e con minori discriminazioni».

L’Italia è al 63° posto su 156 per divario di genere, tra gli ultimi posti in Europa, secondo il Global Gender Gap Report 2021 del World Economic Forum: «Siamo migliorati rispetto all’anno scorso, ma non è abbastanza. Ce lo dicono i drammatici dati sui femminicidi. Dall’inizio dell’anno ad oggi, 103 è il numero delle donne uccise. 87 sono state assassinate in ambito familiare-affettivo, 60 di loro per mano del partner o ex partner con un aumento del 2 per cento rispetto al 2020. Ogni giorno 89 donne subiscono in Italia una forma di violenza». 

In provincia, il fenomeno è emerso negli ultimi anni grazie al prezioso lavoro dell’associazione Belluno Donna che ha aperto una serie di sportelli a Ponte nelle Alpi, Sedico, Belluno e Feltre. L’associazione inoltre accoglie le donne vittime di violenza e collabora con le istituzioni e con le forze dell’ordine per aiutare a prevenire il fenomeno da un lato e riconoscerne i segnali dall’altro: «Dal 2004 a oggi sono oltre 1.200 le donne vittime di violenza accolte nelle due case rifugio gestite dall’associazione. Quasi tutte donne provenienti dalla provincia di Belluno e il tema della capillarità è cruciale. Perché là dove si aprono gli sportelli arrivano le richieste di aiuto». 

Gli studi dicono però che i centri antiviolenza e le case rifugio ricevono fondi in maniera discontinua: «Dobbiamo accelerare anche sul fronte della prevenzione. La violenza contro le donne si combatte perseguendo la parità di genere, coltivando l’autonomia e l’autodeterminazione. Dunque, la svolta può e deve avvenire su due piani: lavorativo, in questo caso confidiamo nelle misure del Recovery Fund per l’occupazione femminile; culturale, è urgente un nuovo e comune sentire. L’educazione deve iniziare nelle scuole, dalle primarie, dove si insegna ai bambini alle bambine il rispetto reciproco, facendo capire che i pregiudizi creano discriminazioni; fino al sistema universitario, dove si devono formare professionisti/e (in qualsiasi settore) preparati a riconoscere e prevenire la violenza. L’obiettivo rimane lo sviluppo di una cultura paritaria e rispettosa delle differenze».

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