Pioggia e vento. Se si dovesse sintetizzare Vaia in due parole, sarebbero due elementi naturali. Impastati di quella forza sovrumana che solo la natura possiede. Il quantitativo di pioggia che cade in un anno intero a Roma, rovesciato sul Bellunese in poche ore. E raffiche di vento da uragano tropicale, che mai si erano viste sulle Dolomiti.
Tre anni dopo, la tempesta è ancora ben visibile sul territorio bellunese. Alberi a terra, preda del bostrico. Frane nelle zone più isolate. Ferite aperte anche dagli eventi meteo arrivati dopo Vaia… Intanto, però, è ancora attivo il più grande cantiere a cielo aperto che la provincia di Belluno abbia mai visto: sono stati avviati oltre 2mila interventi, sono stati investiti milioni e milioni di euro (oltre 500) per riparare i danni e mettere in sicurezza strade e paesi. Ma molto resta da fare, soprattutto nel campo della prevenzione.
Ma Vaia è anche altro. È un ricordo che i bellunesi portano impresso nella memoria. Chi non ricorda esattamente almeno un’immagine di quel 29 ottobre 2018? Tutto era cominciato nei giorni precedenti, con le prime piogge e le prime frane (alla Muda, ad esempio, con la regionale 203 Agordina bloccata per diverse ore). Poi erano arrivati i bollettini meteo con il bollino rosso, e le chiusure di scuole e fabbriche. In pochi pensavano che sarebbe successo quello che poi è davvero successo: i più sorridevano dell’allarmismo “facile”. La sera del 29 ottobre invece la furia del meteo rivelò che forse quel bollino rosso era stato addirittura troppo ottimista. Ore frenetiche, allarmi e appelli a non spostarsi, a rimanere in casa. La sala operativa della Prefettura in subbuglio.
Il “rumore di Vaia”, come è stato definito dopo, ululò per qualche ora. Poi tacque e lasciò spazio a un silenzio sovrumano, e al suono delle motoseghe. Cominciava il tempo della solidarietà e del rimboccarsi le maniche, in cui i bellunesi sono maestri. Fin da quella notte molti privati cittadini uscirono di casa per andare a liberare le strade. E l’indomani mattina partirono i soccorsi, in un dialogo armonico tra Protezione Civile e volontariato. La macchina funzionò. E non poteva essere altrimenti: c’erano chilometri di strade interrotte, paesi isolati, rete idrica danneggiata, case scoperchiate, allagamenti e frane.
«Fu una esemplare azione messa in campo dai soccorritori e un’opera di ricostruzione colossale» ricorda l’assessore regionale Gianpaolo Bottacin, autore anche di un libro sui giorni di Vaia. «Il Veneto ha dato una lezione di Protezione Civile all’Italia. Tutto ciò grazie all’attività silenziosa ma costante di tutto il sistema di Protezione Civile che in Veneto ha raggiunto valori di assoluta eccellenza negli ultimi anni».
«Quello che Vaia ci ha lasciato di positivo è una maggiore consapevolezza di cosa significa montagna: verticalità e quindi difficoltà, ma anche ambiente di pregio e risorsa ambientale – commenta la presidente di Confartigianato Belluno Claudia Scarzanella -. In questo senso leggiamo con particolare interesse l’accelerazione sulla legge quadro sulla montagna che verrà presentata come allegato alla prossima legge di bilancio».
«Vaia ci ha anche messi di fronte al fatto che la montagna è fragile e ci ha fatto toccare con mano gli effetti del cambiamento climatico. Ha lasciato ferite non solo sul territorio, ma anche dentro le persone» ricorda il presidente della Provincia, Roberto Padrin. «Però, ci ha anche dato l’occasione di ripensare al nostro territorio e ai modelli di sviluppo. Non dimenticheremo quello che è stato. Ma abbiamo l’obbligo di fare in modo che la montagna e le comunità che la abitano possano trarre da Vaia uno stimolo in più per continuare ad abitare, coltivare e amare la nostra terra».





