Crisi Ideal standard: «La proprietà venda lo stabilimento e il marchio, senza condizioni»

Crisi Ideal standard: «La proprietà venda lo stabilimento e il marchio, senza condizioni»

L’annuncio shock della prossima chiusura da parte di Ideal Standard dello stabilimento ex Ceramica Dolomite di Trichiana rischia di trasformare Borgo Valbelluna dal paese dei due ministri all’epicentro di una crisi sociale dai risvolti drammatici. Tra Acc in stato terminale e Ideal Standard rischiano il posto oltre 800 lavoratori, quasi mille calcolando l’indotto.

Ma la speranza non muore e i dipendenti del sito di Trichiana sono pronti a dare battaglia, supportati dai sindacati. Che ieri mattina nel piazzale interno della fabbrica hanno presentato a operai e impiegati la situazione. Per i sindacati la strada da percorrere è solo una: convincere la proprietà di Ideal standard a vendere stabilimento, marchio e impianti, garantendo la continuità produttiva.

«C’è scoramento e rabbia, verso chi finora ci ha preso in giro – le parole di Denise Casanova della Cgil Filtcem –. Ma non possiamo permettercelo. Bisogna reagire, quindi il discorso da fare all’azienda è questo: “Tu cedi gli impianti e il marchio, noi troveremo qualcuno che lo possa portare avanti».

Nell’incontro al Mise Ideal Standard non ha posto veti alla cessione anche a concorrenti. Le speranze ci sono: «Perché lo stabilimento di Trichiana funziona, è l’incompetenza dei vertici a non riuscire a farlo lavorare – continua Casanova -. Il settore della ceramica in questo momento tira, e tutti i concorrenti di Ideal standard sono in crescita». La proprietà imputa allo stabilimento di Trichiana di costare troppo, il 40% in più degli altri: «Ma è un calcolo errato – rispondono i sindacati – perché l’organizzazione del lavoro potrebbe essere più efficiente».

La strada è tracciata, l’obiettivo è chiaro, ma il percorso sarà irto di ostacoli. La prima tappa il 5 novembre, nell’incontro in Regione. «Lì bisognerà impostare il protocollo di intenti da presentare poi al ministero, nel quale l’azienda confermi la volontà di cessione». Se è vero, come confidato da Lorenzo Zoli della Femca Cisl nazionale, che i fondi di investimento belgi e austrialiani proprietari di Ideal standard (che ha un debito che sfiora i 3 miliardi di dollari) devono vendere al più presto (forse ad un gruppo turco) spogliandosi degli stabilimenti dai costi più elevati, Trichiana andrebbe così sul mercato.

Per avere un futuro, però, dovrà rendersi attrattiva a potenziali investitori: «Sappiamo che il momento è difficile – è l’invito di Bruno Deola (Fim Cisl) per frenare la possibile fuga dei lavoratori – ma vi chiediamo di restare qui fino a quando le cose saranno più chiare. Perdere competenze sarebbe deleterio, e non dimenticate che parte della fabbrica è vostra». Dal 2015 infatti i dipendenti hanno rinunciato ad una parte di stipendio per finanziare l’acquisto di nuovi macchinari. «Solo se ci sarà continuità produttiva – spiega Deola – ci saranno speranze di vendita a veri imprenditori».

Dall’assemblea anche qualche voce critica. Come quella di Mauro Segat, ex rsu, che ha attaccato i sindacati per l’accordo aziendale del 2018. «Lì c’era scritto che l’azienda avrebbe garantito la produzione almeno fino alla fine del 2020. Mettendo una data di scadenza si è dato l’assist decisivo per la chiusura».

Ma la parola d’ordine di ieri era solidarietà: «La gran parte dei lavoratori sono con noi – spiega Agnoletto – e sono consapevoli della necessità di restare uniti e continuare a lottare per traghettare lo stabilimento verso un nuovo acquirente. Dall’assemblea di oggi usciamo rasserenati per quanto riguarda l’unità di intenti».

Guardando al futuro, non c’è il rischio che arrivi qualcuno, acquisisca il marchio Ceramica Dolomite e sposti comunque la produzione altrove? «Il rischio c’è – conclude Agnoletto – proprio per questo sarà fondamentale la fase di concertazione. Bisognerà fare accordi chiari, che inchiodino la proprietà alle sue responsabilità nei confronti di 500 famiglie. Certo la fiducia nei loro confronti non è molta, ma siamo disposti a ragionare insieme».

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