È un palazzetto cinquecentesco, il Museo dell’Alchimista di Valdenogher (Tambre). E l’uso del termine Alchimia non significa conoscerne il significato vero. Protoscienza, le cui origini si perdono tra l’Egitto la Grecia e l’Oriente, l’Alchimia ha dato i natali alla chimica, alla mineralogia, alla fisica, alla spagiria, alla farmacologia, all’erboristeria e a tutto ciò che dal 1600 in poi si sviluppò in scienze sperimentali vere e proprie. Esaminando la facciata si capisce subito che si tratta di un edificio fuori luogo e fuori tempo. L’elegante bifora di taglio veneziano ne domina il centro e solo successivamente emergono gli altri particolari. Tre archi, tre piani, tripartizione verticale, decorazioni che si svelano solo da vicino: in chiave di volta degli archi piccole teste scolpite sullo sfondo di una conchiglia che alla base presenta due serpenti attorcigliati; al centro in alto una testa di donna con tanti capelli al vento oltre che viti e vasi intuibili su quel po’ che è rimasto sotto ai davanzali dopo un difficile recupero.
Com’è possibile che qualcuno 500 anni fa abbia potuto realizzare un edificio di tal fatta a Valdenogher? Il primo collegamento che viene in mente è Venezia. Logico pensare che nei due secoli di dominazione veneziana sul Bosco del Cansiglio a poca distanza da Valdenogher, qualche personaggio di grosso calibro si sia costruito la villa. Ma fantasticando e osservando la facciata ne cogli subito anche altri aspetti curiosi: la perfetta simmetria e l’equilibrio insolito di forme: la tripartizione orizzontale e verticale e le dodici aperture. Tre per quattro fa dodici: i mesi dell’anno, gli apostoli, le fatiche di Ercole, i sette colori dell’arcobaleno di cui i primi tre sono le basi per l’utilizzo degli altri 4 e tante altre corrispondenze sacre e profane delle combinazioni dei numeri 3 e 4.
Anche la Comunità Montana dell’Alpago negli anni Ottanta, in prima fase di restauro, si accorse che c’era qualcosa di insolito. E il coinvolgimento della Sovrintendenza ai beni culturali del Veneto fu decisiva per confermare che la simbologia architettonica e decorativa del 500esco edificio corrispondeva alla simbologia alchemica: “La Casa di un Alchimista”, quindi. Restaurata in 15 anni dalla Sovrintendenza e inaugurata nel 2006, le porte della Casa Museo dell’Alchimista si aprirono al pubblico. Anche se dell’Alchimista non c’è documentazione certa, perché libri e appunti trovati in soffitta negli anni Trenta, sospettati di stregoneria vennero bruciati, è ipotizzabile che si sia trattato di un alchimista condannato a morte ad Alessandria d’Egitto, accolto a Venezia e relegato a vivere e a proseguire la sua attività ai margini del Bosco da Reme. Ed è proprio questa interpretazione a dare un senso a tutto.
A questo punto la casa si svela: la casa rappresenta l’Opera che si realizza nel ricorrente numero tre: l’Opera al nero o Nogredo al piano terra, l’Opera al bianco o Albedo al primo piano e l’Opera al rosso o Rubedo al secondo, allegoria che nell’insieme rappresenta le tre fasi della trasmutazione per ottenere la Pietra filosofale vale a dire la Medicina Universale che è in grado di guarire tutte le malattie e la povertà. Ma si svela pure nelle quattro colonne alla base le forze della natura: aria acqua terra e fuoco; nel caduceo, nei due serpenti scolpiti nelle chiavi di volta simbolo della dualità del Bene e del Male; nel Mercurio alato, nella vite e nei vasi che rappresentano la Vita e la conoscenza. All’interno troviamo un’oggettistica evocativa dei principi su cui si basava tutto il sapere del tempo tra i quali spiccano l’atanor ovvero il laboratorio alchemico e l’oroboro, il serpente che si morde la coda simbolo esoterico della ciclicità dell’esistenza.
Loredana Stiletto





