Tra scienza e sport, l’avventura tra i ghiacci di tre accademici del Cai

Tra scienza e sport, l’avventura tra i ghiacci di tre accademici del Cai

Una gelida avventura tra scienza e sport. Rientro a casa per i tre accademici del CAI protagonisti dell’Antartic Expedition, missione scientifico – sportiva promossa dal Club alpino italiano, dalla sezione biellese dello stesso e dal Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche. Tra di loro anche l’agordino Manrico Dell’Agnola, alpinista, pittore, artista a tutto tondo e volto noto della montagna bellunese. Dell’Agnola, assieme al biellese Gian Luca Cavalli e al genovese Marcello Sanguineti ha trascorso un mese esatto tra i ghiacci dell’Antartide, nell’area della Graham Land, penisola situata a nord del 66 parallelo, raggiunta il 31 dicembre da Ushuaia (nella Terra del Fuoco) a bordo della Ice Bird, yacht utilizzato poi come campo base. Nel corso dell’avventura i tre scalatori hanno alternato imprese sportive a missioni scientifiche, con la raccolta di campioni di neve a varie quote in diverse aree del continente di ghiaccio, in particolare della Trinity peninsula, nell’area di Gerlache Strait e Winwicke Island. Una volta raccolti, i campioni di neve sono stati portati a bordo della Ice Bird, dove, ormai ridotti allo stato liquido, sono stati immagazzinati con una particolare tecnica (definita “Estrazioni in base solida”) che ha permesso di riportare in Italia i campioni, dove verranno poi analizzati da parte dell’Istituto di Scienze polari del Cnr alla ricerca di presenza di contaminanti plastici, analizzarne i meccanismi di trasporto e valutarne la ricaduta in aree antropizzate. 

Ma non di sola scienza vive l’uomo. Figuriamoci tre alpinisti di caratura mondiale. Nel corso della spedizione, Dell’Agnola, Cavalli e Sanguineti si sono cimentati, ra le altre, nella scalata al Gateway Ridge (700 metri di altitudine), dedicata all’opera “Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto, nella salita scialpinistica del Noble Peak (720 metri), il 19 gennaio, seguita il giorno dopo da un’altra salita sci ai piedi, verso il Jabet peak, a quota 545 metri. Infine, il 28 gennaio, l’ultima impresa, forse la più difficile per uomini abituati ad avere mani e piedi ben saldi sulla roccia: l’attraversamento dello Stretto di Drake (già affrontato all’andata) in direzione di Ushuaia. Traversata un po’ movimentata, come ricordano le parole scritte da Manrico Dell’Agnola nel diario di bordo: «L’attraversamento dello stretto di Drake è più tormentato che all’andata. Ci riserva un bel po’ di sballottamenti e, sinceramente, facciamo il conto alla rovescia per terminarlo. Riusciamo a superare Cape Horn prima dell’arrivo della perturbazione annunciata. In attesa di un miglioramento delle condizioni del mare, ci ancoriamo a Puerto Williams e dedichiamo un paio di giorni a rilassarci e a un po’ di trekking. Il 27 pomeriggio è la volta di un’indimenticabile cavalcata nell’infinità patagonica. Il 28 mattina ci imbarchiamo alla volta di Ushuaia».

 

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