Corriere strapiene, abbonamenti troppo cari, scuole che cadono a pezzi. E poi il peso dei libri, delle gite, dei costi che ogni anno crescono. Gli studenti bellunesi hanno deciso di dire basta: ieri (14 novembre) sono scesi in piazza, insieme ai colleghi della Rete studenti medi del Veneto, per chiedere più attenzione al loro futuro.
La mobilitazione parte da un problema quotidiano: i trasporti. Pochi autobus, corse insufficienti e sovraffollamento. «Paghiamo abbonamenti esorbitanti e viaggiamo stipati come sardine», raccontano i ragazzi. A questo si aggiunge il caro‑scuola: frequentare un istituto diventa sempre più oneroso, tra libri e attività extrascolastiche.
Ma le criticità non si fermano qui. Gli studenti puntano il dito contro le condizioni degli edifici scolastici. L’istituto Segato è il simbolo delle lacune strutturali, ma la situazione riguarda molte scuole bellunesi: bagni fuori uso, soffitti che perdono acqua, barriere architettoniche che rendono difficile l’accesso ai disabili.
C’è poi il tema del benessere psicologico. «Vogliamo sportelli d’ascolto, orari più accessibili e personale qualificato. I voti non devono più essere percepiti come il valore dello studente, ma come una prestazione singola e individuale», sottolineano i promotori. Tra le richieste anche l’introduzione dell’educazione sessuo‑affettiva in ogni scuola di ordine e grado. Uno strumento che, secondo gli studenti, può diventare fondamentale nella lotta contro la violenza di genere e i femminicidi. Il messaggio finale è netto: “Vogliamo investimenti in scuole e non in armi. Chiediamo che almeno il 5% del PIL sia destinato all’istruzione, non alle guerre”.
La manifestazione di Belluno si inserisce nel quadro delle proteste regionali della Rete studenti medi del Veneto. Un grido comune che chiede scuole sicure, inclusive e capaci di garantire un futuro migliore.





