Salvador: il chirurgo dell’esofago è anche pioniere di uno studio sul virus

Salvador: il chirurgo dell’esofago è anche pioniere di uno studio sul virus

 

“Pathogens and Global Health” è una rivista scientifica rinomata, conosciuta su scala internazionale. E ha appena dedicato un ampio spazio a uno studio: quello legato al “modello Padova” e alla gestione dell’emergenza Covid, che ha permesso di contenere l’infezione in città e soprattutto in ospedale, dove si è registrata la percentuale d’infezione più bassa d’Italia. 

Questo studio diventerà una stella polare. Una guida per il futuro, qualora dovessero sorgere altre emergenze infettivologiche: a redigerla, un team di professionisti. Anzi, di pionieri. E fra loro c’è pure un bellunese. Più precisamente, un pontalpino: il dottor Renato Salvador. 

Chirurgo dell’esofago, è stato scelto per occuparsi (anche) di una sfera apparentemente lontana dalle sue competenze: «Ma questa esperienza mi ha permesso di capire che, a volte, è necessario lasciare in via momentanea il proprio ramo specialistico per ricercare, elaborare, approfondire. E contribuire a sconfiggere una malattia che coinvolge tutti. Prima del focolaio a Vo’, non sapevo nemmeno come si eseguisse un tampone». E ora è tra i firmatari di un’analisi che verrà letta e scandagliata nei cinque continenti: «Sì, non nascondo un pizzico d’orgoglio per una pubblicazione che ha lo scopo di lasciare un segno, una traccia».

Pochi infetti tra il personale medico-sanitario, posti letto mai in sofferenza: il modello-Padova (nella città del Santo, Salvador opera ormai da anni) è risultato vincente. E va esportato: «A fare la differenza – prosegue il chirurgo di Ponte nelle Alpi – è stato il protocollo intra-ospedaliero molto stretto. E il lavoro condotto al di fuori dell’ospedale, con i tamponi a tappeto. Ogni due giorni i sanitari a rischio si sottoponevano all’esame». Un periodo intensissimo, inutile nasconderlo: «Dedicavo alla ricerca i ritagli di tempo libero: la sera, anche dopo la mezzanotte, i sabati, le domeniche. Era una corsa contro il tempo». 

Non sono mancati i momenti difficili: «Ricordo la settimana prima di Pasqua, quando i contagi hanno toccato il picco. Temevo che la curva continuasse a salire. In generale, mi ritengo una persona dal sangue freddo: il lavoro lo impone. Ma la lontananza dalla mia terra d’origine si è fatta sentire: avevo amici e conoscenti ricoverati in terapia intensiva. Il fatto di non potermi avvicinare a casa, alle persone a cui tengo, iniziava a diventare piuttosto pesante». 

Ora si vede la luce in fondo al tunnel, ma la battaglia al Sars-CoV-2 non è ancora terminata: «Il virus è meno aggressivo – conclude il dottor Salvador -. Tuttavia, non mi aspettavo che, arrivati alla fine di agosto, registrassimo ancora più di mille infetti al giorno». 

Tornando allo studio, infine, è stato coordinato dalla direzione sanitaria dell’Azienda Ospedale Università di Padova: dai dottori Giovanni Carretta e Cristina Contessa e dal direttore sanitario Daniele Donato, con la collaborazione del preside della Scuola di Medicina di Padova, il professor Stefano Merigliano,

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