Pronta per una guerra mai combattuta: la storia di Casermetta Moschesin lungo la “linea gialla”

Pronta per una guerra mai combattuta: la storia di Casermetta Moschesin lungo la “linea gialla”

Simboli dello sforzo bellico di inizio ‘900. E mai utilizzate, o quasi. È la strana storia delle fortificazioni militari del Basso Agordino, lungo la cosiddetta “linea gialla”. Dovevano essere il cuore della difesa estrema, per evitare il dilagare degli austroungarici in Pianura padana. Ma la Storia, quella con la “s” maiuscola, ha deciso diversamente. E le fortezze della zona non recitarono mai il ruolo per cui erano state costruite. Oggi sono ridotte a ruderi, come la Casermetta di Forcella Moschesin, tra La Valle Agordina e Zoldo. 

I lavori di costruzione risalgono alla fine dell’800 quando il Regno d’Italia con il dente ancora avvelenato con l’Austria temeva un’invasione da nord. Erano gli anni in cui sulle mappe militari comparivano linee di difesa. E in provincia di Belluno ne vennero pensate due. La linea rossa, a ridosso del confine austroungarico, sulle balze dolomitiche. E la linea gialla, più arretrata, che congiungeva le fortificazioni Cadore-Maè (Fortezza inespugnabile, “in ferie” durante la guerra: la strana storia di Monte Ricco) e il Settore Cordevole, con la Tagliata di San Martino (poco sopra la Galleria dei Castei, di ingresso in Agordino), la Batteria Listolade e appunto la Casermetta Moschesin, tutte collegate tra loro da un sistema di mulattiere e gallerie.

La costruzione della Casermetta fu pensata in luogo strategico, da una posizione in cui i soldati potevano avere il controllo sul transito di eventuali truppe sia dalla zona dell’Agordino sia dalla contigua Valle del Maè. L’edificio fu concluso nel 1912 e dotato perfino di carrabile. Spessi muri perimetrali, poche stanze per tenere un manipolo di militari e le postazioni per l’artiglieria. Tutto pronto nell’estate del 1914 quando mezza Europa entra in guerra dopo l’attentato di Sarajevo. Tutto pronto anche il 24 maggio 1915, quando è l’Italia a dichiarare guerra all’Austria. Ma il Piave mormorava lontano da Forcella Moschesin. 

L’edificio venne così abbandonato. E dopo Caporetto furono gli stessi soldati italiani a posizionare le cariche esplosive per non lasciarlo funzionante in mano nemica (stessa sorte toccò alla Tagliata di San Martino e alla Batteria Listolade, in Agordino). I muri perimetrali però sono rimasti in piedi e oggi i ruderi sono visitabili. Qui la Grande guerra, immaginata sulle mappe del Genio militare, non è mai arrivata. 

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