«Poca trasparenza sui dati. Ma adesso c’è paura anche qui in Spagna», un bellunese a Barcellona

«Poca trasparenza sui dati. Ma adesso c’è paura anche qui in Spagna», un bellunese a Barcellona

«All’inizio ci prendevano in giro, in quanto italiani. Adesso vedo la paura anche qui». Il coronavirus non guarda in faccia a confini geografici o passaporti. È diventato pandemia. Quindi, è arrivato anche in Spagna, con il suo codazzo di timori, mascherine e corsa ai supermercati.

«E pensare che fino a qualche giorno fa sembrava un problema distante…L’hanno preso sottogamba, questa la verità. E adesso anche qui si vedono scene apocalittiche» racconta Igor Fiabane, bellunese che vive e lavora a Barcellona da qualche anno. 

«Nelle ultime settimane arrivavano notizie preoccupanti dall’Italia. Ma nessuno faceva niente. Tutto normale, come niente fosse. Addirittura le prenotazioni dei voli dall’Italia erano confermate e che io sappia non venivano fatti particolari controlli. Qualcuno girava con la mascherina, ma eravamo soprattutto noi italiani e qualche cinese. E ci prendevano in giro; qualche collega mi ha riferito di essere stato discriminato come fossimo noi gli untori».

Poi, però, cambia tutto. All’improvviso. Primi casi. E discorso alla nazione del premier Sanchez. «Hanno dichiarato lo stato di emergenza e allora è scattato l’allarme per tutti, con le stesse misure che ha adottato l’Italia, almeno per 15 giorni: bar e ristoranti chiusi, gente a casa… I negozi sono stati presi d’assalto. Il riso è finito praticamente subito. Le misure di emergenza sono partite venerdì sera (il 13 marzo, ndr) e sabato mattina davanti ai supermercati c’erano le code. Uova sparite. Pane sparito. Carne introvabile. Tantissimi scaffali vuoti».

Ma come mai è scoppiato tutto così all’improvviso? «Noi qui crediamo che fino all’ultimo abbiano cercato di contenere le notizie – dice Igor Fiabane -. Poi in un paese vicino, a 20 chilometri da Barcellona, sono morte sei persone anziane in un solo giorno. Da lì, la situazione ha cominciato a muoversi. Nonostante tutto, però c’è ancora gente che va in giro, anziani che giocano a bocce per strada…». 

Igor no: è a casa. Dall’azienda in cui lavora ha ricevuto una chiamata: gli hanno detto che tra i suoi colleghi sono risultati 5 casi positivi al coronavirus. Quindi, quarantena.

«Un po’ di preoccupazione c’è. Anche perché qui gli ospedali sono già in difficoltà, e abbiamo appena cominciato. Penso ai miei, a Belluno, che hanno già una certa età. Cerchiamo di collaborare. Ma se si fossero prese prima decisioni drastiche…».

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