Pubblichiamo la terza e ultima parte di un saggio politico del professor Giovanni Campeol (docente di valutazione di impatto ambientale all’Università di Venezia). Qui la prima parte Dopo la pandemia, opportunità insperate. L’origine dell’Unione Europea; e la seconda Indicatori inadeguati e riferimenti sbilanciati: così l’Europa si ingolfa
Una comunità economicamente disomogenea ma con una moneta unica
La nascita dell’euro è avvenuta senza un’economia unica, senza un sistema fiscale unico, senza una politica dello stato sociale unico. Una scelta che, assegnando all’euro lo stesso valore del marco tedesco, ha impoverito improvvisamente buona parte d’Europa, consegnando di fatto alla Germania la politica monetaria; e con essa l’egemonia economica.
È sufficiente ricordare cosa scriveva nel 1997 il premio Nobel per l’economia Milton Friedman nel suo studio dal titolo “The euro: monetary unity to political disunity”. Egli affermava che la spinta «[…] per l’euro è stata motivata dalla politica, non dall’economia […]. Io credo che l’adozione dell’euro avrà l’effetto opposto. Esacerberà le tensioni politiche convertendo shock divergenti che si sarebbero potuti prontamente contenere con aggiustamenti del tasso di cambio in problemi politici di divisioni […]».
Friedman ricordava che «[…] una valuta comune è un ottimo strumento economico in certe condizioni ma inadeguato, anzi controproducente, in altre. La sua bontà o meno dipende dai meccanismi di armonizzazione che esistono tra gli Stati che la adottano. La prima situazione, quella positiva, è rappresentata dagli Stati Uniti. La seconda dalla allora Comunità Europea, oggi Ue […]».
Ancora Friedman affermava che gli «[…] americani parlano la stessa lingua, vedono gli stessi film e possono muoversi liberamente da un Paese a un altro, stipendi e prezzi sono moderatamente flessibili e il governo federale spende circa il doppio dei governi nazionali […]». L’Europa al contrario, vent’anni fa come oggi, non presenta alcuna di queste condizioni. L’euro nasce incompleto perché non riferito a un mercato omogeneo ma a una pluralità di Stati che hanno codici civili, sistemi fiscali e strutture governative interne assai differenti. Friedman aveva analizzato lucidamente il paradosso dell’euro, moneta che invece di unire ha finito per dividere l’Europa.
Dobbiamo prendere atto che alcuni dei grandi obiettivi, che erano alla base della formazione dell’Unione europea, non sono stati raggiunti e gli elementi di potenziale conflitto, per ora economici e sociali ma che domani potrebbero essere anche militari, sono evidenti.
Quindi un’Europa in piena crisi di identità i cui fallimenti vengono riconosciuti anche da un ex presidente della Commissione europea come Romano Prodi – che ricordiamo è stato uno dei più decisi assertori della moneta unica basata sul valore del marco tedesco. Egli, nel discorso tenuto il 17 marzo 2017 alla Camera dei Deputati del Parlamento Italiano in occasione del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, ha affermato: «[…] questa non è l’Europa che vogliamo: era un modello di innovazione e welfare, oggi non è più un modello di riferimento […]».
Cosa fare?
L’Italia rimanendo in questa Unione Europea attua un lento e inesorabile suicidio non solo economico ma anche culturale. Ciò è emblematicamente emerso in questi ultimi tempi quando il neo presidente della Commissione europea, Ursula Gertrud von der Leyen, si è rivolta per ben due volte direttamente (atto istituzionalmente inelegante) alla nostra nazione: la prima, in italiano (11 mar 2020), blandendoci in quanto poveri sfortunati per i morti da Covid-19; la seconda, in tedesco (16 aprile 2020), chiedendoci scusa per la fregatura dataci a causa del mancato sostegno europeo in questo momento difficile.
Ora gli italiani davanti all’ennesimo affronto, innanzitutto alla dignità nazionale, si spera siano in grado di capire che questa Unione Europea va superata. Probabilmente ripristinare la Cee, in modo più moderno e intelligente, potrebbe essere la strada per uscire da una situazione senza scampo.





