“Merica Merica”: i viaggi della speranza e una valigia piena di sogni

“Merica Merica”: i viaggi della speranza e una valigia piena di sogni

 

Oggi accendiamo un faro sulla famiglia bellunese sparsa nel mondo: specialmente in America.
Anni duri, quelli del primo e secondo dopoguerra. 
Anche se i primi flussi migratori iniziarono già alla fine del 1800. 
La decisione era dettata dalla povertà e dalla miseria. Il biglietto era uno solo: d’andata. E non comodamente seduti su un aereo a poche ore di fuso.
Il viaggio con un sogno in tasca durava molti mesi. 
All’epoca, era il Brasile la meta che tutti desideravano, per lo più per una nuova legge varata dal governo che permetteva a “stranieri” di colonizzare terre fino ad allora dominio degli Indios.
Centinaia di famiglie bellunesi presero la valigia: alcune non avevano nemmeno quella.
C’erano poi gli “agenti” dell’immigrazione, che magnificavano il paradiso al di là dell’Atlantico.
E quindi alla partenza per la terra promessa furono molti a rispondere: solo a Sedico circa 176 famiglie. Rosso, Viel, Fant, Nart… solo per citare alcuni nomi, ma l’elenco è lunghissimo.
Dal giorno della domanda passavano interminabili mesi.
Ottenuto il passaporto e venduto tutto ciò che di più prezioso avevano per non partire senza soldi, impacchettavano in cassoni foto, ricordi, piatti, stoviglie, arnesi da lavoro. 
Partenza dalle stazioni di Belluno, Bribano, Conegliano. 
Destinazione: porto di Genova. 
L’attesa per salire sul piroscafo era infinita. Alcuni non ce la facevano, soprattutto i più cagionevoli di salute: donne incinte o bambini. 
Fino al porto di Genova, gli emigranti dovevano pagarsi le spese: i risparmi si consumavano ancora in Italia. 
Poi la traversata rappresentata dall’Atlantico e il piroscafo a vapore: un mese in mare, se andava bene, tra burrasche e onde a volte gigantesche.
Tre, quattrocento anime abbracciate alle casse di legno, con dentro una vita, pregavano di non naufragare.
Questo raccontano, quelli che ce l’hanno fatta.
Scalo a Rio de Janeiro per un trasbordo in altre imbarcazioni.
Anche attraverso i fiumi arrivavano alle varie località di destinazione: baracconi sudici, in attesa del visto.
Già duramente provati nel fisico e nel morale, i nostri compaesani dovevano fare i conti con la dura realtà.
La terra da coltivare non era fertile, ma “Mato brasiliano”: foresta vergine.
“Merica, Merica, Merica”… così dicevano.
Il viaggio continuava per trovare il lotto assegnato, in groppa a muli o a piedi, in mezzo alla foresta e al fango per accedere all’ultimo step: “Casa dell’immigrazione”.
L’odissea non era finita, però. E iniziava il duro lavoro: tagliare le piante, bruciare. Finalmente, dopo anni, buttando cenere e rivoltando la terra a mano, ecco i primi raccolti.
I coloni bellunesi potevano raccogliere riso, mais, zucchero e comprare i primi capi di bestiame e pollame.
Così si cominciava a vedere la luce in fondo a un lungo tunnel.
Furono messi in funzione i primi mulini, fucine e falegnamerie. Alcune famiglie riuscirono ad aprire un negozio.
Si formarono pure i primi paesi: Nova Belun (un paese dello Stato di Santa Caterina in Brasile), Nova Venezia.
I bellunesi, e non solo, si sacrificarono molto per il sogno americano: un sogno faticoso.
Sacrifici ricordati oggi dai nostri emigranti, a cui va il plauso di averci provato e di esserci riusciti.
Questa non è leggenda: è vita vera.

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