«La montagna può salvare il mondo, con i suoi valori ecosistemici di paesaggio, ambiente, acqua, foreste, turismo sostenibile, aria pulita… A patto che il mondo salvi la montagna». È il messaggio lanciato dal presidente della Provincia di Belluno Roberto Padrin, che ieri (11 dicembre) in occasione della Giornata internazionale della montagna, ha rappresentato tutte le Province d’Italia in un convegno a Roma con il ministro degli affari regionali, Roberto Calderoli. In un accorato intervento, Padrin ha dato due dati inequivocabili: c’è una montagna che si spopola e un’altra, a statuto speciale, che invece vede crescere la popolazione. La differenza? Soldi e autonomia. «Perché vorrei dirvi che la montagna è vette innevate, panorami da favola, boschi e pascoli, ma non è così: è chilometri da macinare per raggiungere i servizi, è strade dissestate, frane, negozi che chiudono e costo della vita che cresce» ha detto Padrin. «La montagna oggi sta vivendo una crisi autentica. Una crisi demografica senza pari, che sta riducendo in maniera consistente i presidi territoriali, che sta portando allo spopolamento delle aree più periferiche. E che si ripercuote inevitabilmente anche sulle pianure a valle, e sui grandi centri metropolitani. Perché come dice una frase attribuita a Rigoni Stern, “quando anche l’ultimo montanaro se ne sarà andato dalle Alpi, le ortiche invaderanno Piazza San Marco”».

ALCUNI DATI
Lo spopolamento è in atto da decenni. Ma ha subito un’accelerazione preoccupante negli ultimi anni. Padrin è partito da un dato della bellunese. Nel 1994, trent’anni fa, la provincia dolomitica contava quasi 212mila abitanti. Nel 2004 arrivava a 209mila. Oggi si ferma a 197mila.
«È una situazione che si ritrova in quasi tutto l’arco alpino italiano e anche negli Appennini. Uno studio recente mostra come dal 1951 a oggi, la popolazione dei comuni-polo del centro-sud Italia, in pianura, sia aumentata del 30,6% (da 15,8 a 20,6 milioni di abitanti); i residenti nei comuni-cintura, localizzati negli hinterland delle più grandi città, sia cresciuta del 48,9% (da 16 a circa 24 milioni); di contro, comuni periferici e ultraperiferici hanno registrato un crollo del 26,4% (da 6,7 a 5,4 milioni di abitanti). In termini più generali, lo spopolamento delle aree interne e montane è inquadrabile nella diminuzione del 19% dei residenti di tali centri dal secondo dopoguerra ai giorni nostri» ha spiegato il presidente della Provincia di Belluno.
LA MONTAGNA AUTONOMA CRESCE
È un problema di montagna? No. E c’è un dato a dimostrarlo. La Val d’Aosta ha mantenuto quasi inalterati i suoi livelli demografici negli ultimi vent’anni. E Trento e Bolzano hanno visto un aumento consistente degli abitanti. L’Alto Adige contava 444mila abitanti nel 1994, oggi sfiora i 537mila (+93mila). Il Trentino arrivava a 453mila trent’anni fa, oggi sfiora i 550mila (+97mila).
«Cosa significa? Che la facoltà di autogoverno, di autonomia, e di risorse da mettere a disposizione dei servizi può fare la differenza. E anzi, può rendere le zone montane non solo competitive nei confronti della pianura, ma anche fortemente attrattive» ha detto Padrin. «Il segretariato della Convenzione delle Alpi non più tardi di qualche anno fa, in uno studio specifico sulla demografia alpina, diceva chiaramente così: “Prendendo ad esempio la situazione italiana, è possibile vedere che nelle aree dove sono state adottate politiche specifiche, per esempio in materia di salvaguardia dell’agricoltura di montagna, il calo demografico è minore. L’autonomia fiscale rappresenta un’altra componente importante. Inoltre, un ulteriore fattore trainante può essere rappresentato dal turismo, dato che nelle aree con maggiori dotazioni infrastrutturali turistiche il calo demografico è minore”».
IL RUOLO DELLE PROVINCE
«Cosa possono fare le Province? Molto, se messe nelle condizioni di operare per i territori» ha spiegato Padrin. «Specialmente le Province interamente montane, Belluno, Verbano-Cusio-Ossola e Sondrio, che hanno la montanità nel loro orizzonte quotidiano (una montanità che non è necessariamente un ostacolo, ma può diventare un valore aggiunto) e che possono essere sentinelle nella lotta al cambiamento climatico, laboratori di sostenibilità. Ma non solo le Province interamente montane, bensì tutte le altre, perché come spesso dice il nostro presidente della Repubblica, “l’ossatura del Paese sono le aree interne”. Bisogna riconoscere il compito di chi vive e presidia la montagna, come sta cercando di fare la nuova legge per la montagna. Ed è doveroso garantire la vivibilità nelle terre alte, anche attraverso il mantenimento dei servizi nelle aree a fallimento di mercato. Anche assicurando misure straordinarie nella fiscalità, consentendo leggi specifiche per l’organizzazione scolastica e per la formazione delle classi, e la nascita di convitti d’area – non più legati ai singoli istituti – per azzerare le distanze fisiche e permettere un vero diritto allo studio anche ai ragazzi che abitano distanti dai centri di servizi e dai fondovalle. E poi servono misure particolari per le famiglie, per i servizi sociali, per il lavoro, per i trasporti pubblici. Che tradotto in concretezza, quella che sta nel Dna dei montanari, significa valorizzare il ruolo delle Province, conferendo funzioni, risorse e personale adeguati. Perché le Province – soprattutto in montagna – possano continuare a esercitare il loro ruolo, di centri di servizi e di case dei Comuni, senza diventare case di riposo degli enti locali».





