I piatti elemosinieri: quando l’artigianato diventa racconto collettivo

I piatti elemosinieri: quando l’artigianato diventa racconto collettivo

C’è un oggetto che nasce umile, attraversa i secoli, cambia funzione e finisce per raccontare l’Europa meglio di molte mappe. È un piatto di ottone, di quelli che oggi chiameremmo elemosinieri. E da uno di questi piatti – lucido, inciso, carico di simboli – è partita la serata inaugurale del 2026 della Confraternita del Formaggio Piave Dop, guidata nel racconto da Stefano Calabro, già primario al Santa Maria del Prato e, soprattutto, appassionato esploratore di storie dimenticate.

Calabro non ha parlato di arte nel senso tradizionale del termine. Ha parlato di mani che battono il metallo, di botteghe, di mercanti e di viaggi. Di oggetti che nascono per lavare mani e raccogliere acqua e finiscono, secoli dopo, a chiedere l’elemosina davanti a un altare. Piatti, bacili, ciotole: l’ottone prima del sacro, prima della liturgia. «Probabilmente – ha spiegato – il loro uso iniziale era del tutto secolare. La forma di alcuni suggerisce l’abbinamento con una brocca. Solo più tardi entreranno nelle chiese».

È lì che cambia anche il nome. Da utensili domestici a piatti elemosinieri. Ed è lì che l’artigianato diventa racconto collettivo.

Per capire dove tutto comincia bisogna risalire l’Europa fino al fiume Mosa, nel cuore dell’attuale Belgio. È attorno a Dinant, dall’XI secolo, che l’ottone inizia a prendere forma, fama e mercato. Oggetti belli e utili, esportati ovunque, tanto che il loro nome diventa un termine tecnico: dinanderie. Una produzione fiorente, documentata già nel XIII secolo, spazzata però via nel 1466 dalla furia di Carlo il Temerario, duca di Borgogna. Dinant distrutta, gli artigiani dispersi. Ma le storie, come il metallo, non si spezzano: si piegano e continuano.

Gli artigiani fuggono e portano con sé il sapere. Bruxelles, Namur, Malines. E poi Norimberga, che diventa il nuovo centro del mondo. Una città imperiale, crocevia di commerci, “cassaforte dell’Impero”. Norimberga commercia con tutto ciò che l’Europa conosce e produce piatti che arrivano ovunque, anche in Italia, passando per il Fondaco dei Tedeschi a Venezia. Il Medioevo lascia spazio all’età moderna, ma quei piatti restano. E parlano.

Parlano anche attraverso i pittori. Perché se un oggetto entra nei quadri, significa che è parte della vita quotidiana. Da Bosch a Masaccio, fino a Domenico Ghirlandaio, che nella Cappella Tornabuoni di Santa Maria Novella, a Firenze, dipinge piatti di ottone nella Nascita del Battista e nel Banchetto di Erode. Stessa forma, stessa funzione. Segno che quei piatti, a fine Quattrocento, erano lì. A casa. Nelle chiese. Nella storia.

Erano realizzati battendo lastre di ottone su matrici oggi scomparse. Scene bibliche, stemmi, decorazioni, parole. Parole incise per restare: “Dio Donaci La Pace Amen”, “Cristo e Maria aiutaci”, “Vengo in pace”. A volte con errori, perché la produzione viaggiava, usciva dall’Italia, tornava cambiata. Come le storie.

E poi, quasi in silenzio, questi piatti arrivano anche a Feltre. Nel Museo Diocesano d’Arte Sacra, con esemplari provenienti dalle chiese della diocesi di Belluno-Feltre. Nel Museo Civico, con il tesoretto di Mugnai, rinvenuto nel 1912 a Riva Bellata: due piatti che non chiedono più l’elemosina, ma attenzione.

La serata si chiude così, senza clamore. Con un oggetto che non fa rumore, ma pesa. Pesa di secoli, di mani, di guerre, di mercati e di fede. E mentre lo racconta, Stefano Calabro ricorda a tutti che l’artigianato non è solo tecnica: è memoria che ha scelto una forma per non scomparire.

© Copyright – I testi pubblicati dalla redazione su newsinquota.it, ove non indicato diversamente, sono di proprietà della redazione del giornale e non è consentita in alcun modo la ripubblicazione e ridistribuzione se non autorizzata dal Direttore Responsabile.

TAG
CONDIVIDI
Articoli correlati

© 2023 NIQ Multimedia s.r.l.s. – C.F. e P.IVA: 01233140258
Testata giornalistica registrata al Tribunale di Belluno n. 4/2019

Torna in alto