Gli ebrei deportati e la rete solidaristica a Sedico. Per non dimenticare

Gli ebrei deportati e la rete solidaristica a Sedico. Per non dimenticare

L’affermazione più profonda che sia mai stata pronunciata a proposito di Auschwitz non fu affatto un’affermazione, ma una risposta.

La domanda: «Ditemi, dov’era Dio, ad Auschwitz?». 

La risposta: «E l’uomo, dov’era?».

Wiliam Clark Sytro

Gli anni delle deportazioni sembrano lontani, invece il tempo della memoria è sempre lì: tristemente cristallizzato.

Per alcuni una ferita mai rimarginata, anzi, pulsa ancora di dolore.

Siamo nel 1941, l’anno dell’occupazione italo-tedesca della Jugoslavia: gli ebrei (tedeschi ex austriaci, ma soprattutto polacchi e slavi) scappano con il poco che hanno chiuso in un sacco di iuta o i più ricchi con una valigia.

Poche cose: un’intera vita. Disposti a macinare chilometri a piedi al freddo o sotto l’acqua.

Il perseguimento di un sogno? No l’aggrapparsi a una vita a cui era stato tolto il bene più prezioso: la libertà.

Ecco quindi l’arrivo in Italia, sistemati in campi di internamento nel centro e sud della penisola per scampare a morte sicura.

Anche Belluno è stata toccata da questa onda umana, proveniente dal campo di Cosenza, con l’autorizzazione di Mussolini. In alternativa ai campi, gli ebrei potevano alloggiare a proprie spese in alberghi o abitazioni private, con restrizioni enormi alla libertà personale.

Ma pochi potevano permetterselo: o meglio, quasi nessuno.

Anche Sedico arrivò la famiglia Halpern che era composta da Leopoldo, la moglie Frida e i figli Davide e Jetre. Con loro, Hinko e il marito Ferdinando: cittadini polacchi.

Proprio a Sedico  il 15 maggio del 1942, Hinko dà alla luce un bimbo: verrà chiamato Gerson.

Il neo papà Ferdinando presterà servizio a Belluno presso la ditta Parizzi, mentre Leopoldo lavorerà proprio nelle segherie dei Meli. Purtroppo la famiglia di Ferdinando verrà portata via da Sedico, per troppa familiarità con la gente del posto.

Sì, perché a Sedico si era costruita una rete solidale per queste povere famiglie. Ma, una volta scoperta, tutto è finito in un soffio.

In una notte gelida sono stati trasferiti ad Agordo, mentre la famiglia di Ferdinando e Hinko, con il piccolo Gerson, verranno arrestati dai tedeschi il 15 febbraio 1944.

Deportati ad Auschwitz, dove giungono il 22 febbraio.

Il piccolo Gerson viene ucciso nell’immediato all’ingresso del lager.

Hinko si salverà, ma non la sua anima. Il nostro compito ora è quello di averne memoria.

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