Quanto importante è testimoniare dal vivo il coraggio di sconfiggere il disagio? Dopo una serata ricca di emozioni nella sala San Felice di Trichiana con un numeroso pubblico attento e partecipe, Daniele Matterazzo, esploratore disabile, non poteva non condividere la sua esperienza con i ragazzi dell’Istituto Comprensivo di Mel. Difatti sabato mattina (8 febbraio) il giovane atleta ha incontrato le quattro classi seconde della secondaria di Mel e Lentiai all’interno del progetto “Integralmente cultura e sport”.
La forza comunicativa, il sorriso e l’approccio positivo pieno di speranze e progetti di Daniele hanno colpito i ragazzi che lo hanno seguito tra un misto di interesse e stupore per i suoi racconti così estremi ed avventurosi.
Il giovane padovano, 34 anni, ha ripercorso la sua vita caratterizzata dalla tragedia, da momenti difficili, ma anche fatta di grandi rivincite e soddisfazioni. Da bambino e adolescente spensierato e felice, come i ragazzi in sala, un giorno a 15 anni si sveglia dopo 40 giorni di coma con un braccio che non sente più suo. Un incidente in motorino cerca di portagli via la vita, ma fortunatamente si accontenta di menomargli un arto e immobilizzargli la mano. Una bella fortuna, ma per un adolescente è difficile da capire; dopo il trauma fisico segue quello psicologico: il rifiuto, la depressione, gli anni in cui il senso di diversità alimenta in lui paure e isolamento. Quale soluzione? Compagnie difficili, frequentazioni tossiche, l’uso di sostanze gli danno un appagamento momentaneo, ma effimero, che alla fine aumenta la sofferenza. Lo ha spiegato bene, Daniele, ai ragazzi di Borgo Valbelluna; nell’affermare questo concetto è stato chiaro e incisivo con i ragazzi: «Non esistono scorciatoie, la soluzione si trova solo in se stessi perché siamo noi a porre i paletti dei nostri limiti». A 30 anni poi scatta qualcosa in lui: semplicemente un cammino ridà senso alla sua vita.
È un film sul cammino di Santiago che lo spinge a provarci e a scoprire così una “terapia” naturale come cura soprattutto dell’anima: il cammino.
Condividendo tutto il suo coraggio e la sua autostima conquistata, Daniele ha raccontato ai ragazzi, con un’onestà disarmante, tutte le sue incertezze cercando di trasmettere il messaggio che alla fine vale sempre la pena trovare qualcosa per la quale impegnarsi. E Daniele uno scopo lo ha trovato: ha capito che la sua menomazione da limite poteva diventare un punto di partenza per dimostrare a se stesso e agli altri di potercela fare e poiché ce l’ha fatta ha pensato di aiutare anche gli altri. Dopo il Cammino di Santiago e la Via Francigena, ha iniziato a cimentarsi in traversate in luoghi selvaggi e totalmente isolati: dalla Svezia all’Islanda fino alla Groenlandia, alzando progressivamente l’asticella della difficoltà, misurandosi in avventure sempre più grandi, andando così a ricercare volutamente situazioni che lo conducevano sempre più a sfidare la sua condizione di disabilità e a contare sulle sue uniche forze. Così, percorrendo terre e ambienti estremi con una natura selvaggia protagonista, ha iniziato ad associare i suoi passi a raccolte fondi a sostegno di temi sociali e a testimoniare come lo sport sia il miglior strumento di cui servirsi per esplorare i propri limiti ed estrapolare le proprie potenzialità. Un grande insegnamento per tutti e soprattutto per i ragazzi, che devono capire come di fronte alle difficoltà si debba trovare la forza di reagire e non perdere la fiducia in se stessi.





