Maratona di lettura: numeri da record e un finale indimenticabile

 

Ventiquattro appuntamenti nell'arco di una settimana; 8 ospiti di livello nazionale e internazionale per un pubblico sulla piattaforma digitale di oltre 3.000 persone; 30 lettori appartenenti a gruppi diversi. E poi 400 avvocati che hanno partecipato agli incontri di Colombo e Forti, valevoli anche ai fini dell'accreditamento formativo, 124.000 persone raggiunte attraverso Facebook e quasi 18.000 con Instagram, per un successo social perfino inatteso.

E ancora: appassionati di letteratura, linguaggi del diritto e delle leggi, nuovi orizzonti della cultura collegati con la Maratona da tutta Italia e da numerosi Paesi esteri (tra i quali Svizzera, Belgio, Francia, Germania, Norvegia e Argentina).

Senza considerare l’incontro finale, quello con Gianrico Carofiglio, che rimarrà negli annali della manifestazione per i contenuti di grande attualità, non soltanto culturale, che l'ospite - tra i finalisti del prossimo premio “Strega” con il suo romanzo “La misura del tempo” - ha saputo toccare con straordinaria competenza e chiarezza. 

Va in archivio con un bilancio straordinario la 15esima edizione della Maratona di Lettura, la prima in versione online a causa delle note restrizioni sullo svolgimento di incontri pubblici per il contenimento dell'epidemia in corso.

«Quello che in un primo momento ci è parso come un ostacolo, costringendoci a rivedere “in corsa” modalità e organizzazione, si è dimostrato una carta vincente da molti punti di vista», commenta l'assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Feltre, Alessandro Del Bianco. «Certo, abbiamo dovuto rinunciare al pubblico “in presenza” e a una serie di eventi collaterali con i quali avremmo voluto coinvolgere le attività commerciali ed economiche della città - aggiunge l’assessore -. Ma, oltre che un evento di assoluta qualità sul piano culturale, questa edizione online ha rappresentato una straordinaria occasione per promuovere l’immagine della città». 

 

"Il Piave mormorava..." scolpito sulla pietra: ecco i segreti del Ponte della Vittoria

«Muti passaron quella notte i fanti. Tacere bisognava, e andare avanti...». 24 maggio 1915. L’Italia entra in guerra e aggredisce l’impero austrungarico. Con un richiamo aperto al Risorgimento e alla liberazione dallo straniero. Come dice la “Canzone del Piave”. E come recita anche il Ponte della Vittoria. Probabilmente sono in pochi a saperlo (anche perché il passare del tempo ha reso sempre meno leggibili le iscrizioni), ma sui pannelli decorativi della passerella più vecchia di Belluno c’è proprio il testo di E.A.Mario, il compositore del “Piave mormorava calmo e placido al passaggio...”. La prima frase della canzone è ancora ben leggibile. Ed è lì dal 1926. 

La costruzione cominciò nel 1923. Il 23 maggio del 1926 re Vittorio Emanuele III pose il concio di serraglia (la pietra che chiude la volta della campata). Poi, il 17 ottobre dello stesso anno, fu aperto al traffico. Il progetto porta una firma famosa. La stessa che c’è dietro i Ponti degli Scalzi e dell’Accademia (due dei tre passaggi - oggi quattro con Calatrava - che sormontano il Canal Grande a Venezia); la stessa del Ponte della Libertà, il grande collegamento tra Mestre e Piazzale Roma. Vale a dire Eugenio Miozzi.

Il progettista scelse la campata unica, un po’ ardita ma funzionale a evitare danni causati dalle piene del fiume (che all’epoca era spesso tutt’altro che calmo e placido). E optò per il cemento armato. Eppure, gli elementi decorativi non mancano affatto. Come i pannelli che riportano, scolpiti a caratteri cubitali, i passaggi più salienti della “Canzone del Piave”. Già, “il” Piave. Il fiume che per secoli era stato femminile e che proprio in quegli anni subisce la trasmutazione al maschile. Ma questa è un’altra storia...

     

 

Celebrato per secoli e oggi quasi dimenticato: San Gioatà, primo patrono di Belluno

San Martino lo conoscono tutti. È il santo del mantello, a Belluno noto più come cavaliere che come vescovo. Ma San Gioatà, quanti sanno chi fosse? Pochi. Eppure, è stato per secoli il patrono della città. Anche se oggi non ne resta quasi traccia.

Soldato romano, originario dell’Africa e convertito al cristianesimo, Gioatà visse nel III secolo, secondo la tradizione agiografica. In un periodo difficile per i cristiani, proprio durante le persecuzioni di Diocleziano. Infatti, scoperto, il giovane Gioatà non volle tradire la sua fede e quindi fu torturato e ucciso con il supplizio della ruota. Insomma, un martire, che per anni e anni fu celebrato il 22 maggio dai bellunesi.

La tradizione infatti vuole che proprio a Belluno fosse stato portato il corpo del santo. Si tratta di costruzione medievale, sparita con il passaggio della città sotto il dominio veneziano. Però qualcosa del primo patrono rimane ancora. Una statua che rappresenta il santo in abito da soldato romano. Si trova nella fontana di Piazza Duomo, davanti al Palazzo dei Rettori (Prefettura). E c'è un'altra immagine anche all'interno del Duomo. Una delle due statuette che adornano il primo altare laterale della navata di sinistra. 

 

Brunori Sas e una “stupida canzone” a ricordarti davvero chi sei

 

“Canzone contro la paura” di Brunori Sas: un pezzo più che mai attuale in questo momento. Come ci suggerisce la cantante Jessica Da Re. 

 

In un periodo in cui gli artisti sono stati accantonati, in un mondo in cui fare musica non è considerato un lavoro ma solo un passatempo, scelgo questo brano che riassume in 3 minuti tutto quello che le canzoni possono fare e possono dire. 

La canzone, ritenuta intelligente o meno, è la colonna sonora di tanti momenti della nostra vita. 

È chiara, la si capisce subito, in pochi minuti riassume la vita. 

Ci si può riconoscere dentro una frase o in una sola parola.

Le canzoni parlano d'amore, perché in mezzo a tutto questo dolore sono un dono per se stessi e per gli altri.

E allora va bene cantare, per sé, per dimenticare, per chi non fa più ragionamenti, per chi vuole solo sensazioni e sentimenti, per chi vuole credere in un mondo che non c'è. 

Le canzoni sono a volte una sberla in faccia, ti costringono a pensare, a dire no, che non è ancora finita, ti salvano la vita, ti danno la forza di ricominciare anche quando ti senti di crollare. 

Allora, per chi fatica a capire il senso del fare musica, la risposta più chiara è che a volte basta una 'stupida' canzone a ricordarti chi sei…

 

Valbelluna crocevia delle vicende veneziane: 600 anni fa la dedizione di Mel

14 maggio 1420: data anonima per qualcuno, non per Mel. Seicento anni fa esatti il territorio zumellese entrava nello “Stato da tera” della Serenissima (si tratta della seconda e definitiva dedizione, dopo quella effimera del 1404). Significò dover smantellare le mura di difesa e rinunciare alle fortificazioni del borgo, ma anche far parte della repubblica veneziana, non senza qualche privilegio. Soprattutto quelli di natura fiscale, che si possono leggere ancora oggi nella pergamena ufficiale della dedizione, firmata dal doge Tommaso Mocenigo (Thomas Mocenigo, Dei gratia, dux Venetiarum, si legge nel documento, uno dei tesori dell’archivio storico di Mel). Alla cerimonia a Palazzo Ducale, a Venezia, erano presenti alcuni rappresentanti zumellesi, del borgo e del contado (Pietro fu Tolomeo di Mel, Gasparino figlio del notaio Giovanni, Giovanni fu Perosino di Villa, Cichino fu Merlo di Talandino, Giacomello fu Domenico di Zottier, Giovanni Francesco fu Pupo di Carve). In pratica, le frazioni che ancora oggi costituiscono i nuclei storici fondamentali dell’ex Comune di Mel erano già costituite e rappresentate.

La pergamena e le vicende annesse mostrano una Valbelluna crocevia delle dinamiche veneziane del Quattrocento, epoca di profondi cambiamenti storici: da una parte il declino di Milano (con la morte di Gian Galeazzo Visconti) e quindi il vuoto di potere in gran parte dell’entroterra veneto; dall’altra la necessità della Serenissima di guardare anche al dominio terrestre, visto che i Turchi avevano cominciato a mettere in discussione i possedimenti veneziani in oriente e il possesso delle rotte mediterranee. Cambiamenti però che conoscono un equilibrio duraturo: Mel e la Valbelluna resteranno veneziane fino all’arrivo di Napoleone.

 

Dalla sedia per riposare al Trono del Padreterno: la leggenda del Pelmo

 

In questo clima di passaggio, un po’ sospeso, abbiamo forse bisogno di ritrovare la libertà.

Di respirare e vivere il nostro territorio.

Una camminata all’aria aperta, con il giusto distanziamento, ci porta virtualmente oggi a conoscere la leggenda del monte Pelmo.

 

Un giorno il Padreterno era intento a creare e plasmare le cime delle Dolomiti.

Lavoro certosino e magnifico allo stesso tempo.

Lui stesso rimaneva colpito da tanta bellezza.

Arrivato a sera, stanco e affaticato, il Signore voleva riposarsi, ma non trovava nemmeno una cima arrotondata per potersi sedere. 

Una sedia? Men che meno. 

Tra le mani, però, gli era rimasta un po’ di dolomia da plasmare.

Ebbe quindi l’idea di creare un’altra montagna e la fece in modo che somigliasse a un grande scranno. 

Ecco che dalle sue mani nacque proprio il monte Pelmo, alto ben 3.168 metri.

È maestoso il signor Pelmo: il “Caregon (trono) del Padreterno”.

A tarda sera, stanco ma soddisfatto, il Signore potè finalmente sedersi e riposare.

Arrivarono la notte e la luna piena a cullarlo: in fondo le aveva create lui. Ed erano perfette.

Al mattino, al suo risveglio, il Signore aveva lasciato da parte ancora un pugno di dolomia per fare la punta.

Ma, guardando quella maestosa opera d’arte, poteva andare bene così...

 

CURIOSITÀ

Il Pelmo si trova a est del passo Staulanza, separando la val di Zoldo e la val Fiorentina dalla valle del Biote.

Per le passeggiate meno impegnative può esserci il rifugio Venezia (da Zoppè di Cadore), oltre al rifugio città di Fiume (dal passo Staulanza). Senza dimenticare malga Fiorentina, che si trova lungo il sentiero che porta al rifugio città di Fiume.

Non ultimo, il rifugio Aquileia in val Fiorentina.

Buone passeggiate!

 

 

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