Crisi idrica, le cinque proposte Uncem per combattere la sfida dell’acqua

Crisi idrica, le cinque proposte Uncem per combattere la sfida dell’acqua

«Siamo in ritardo» dice Uncem. L’Unione nazionale dei Comuni e degli enti montani va dritta al punto, sulla crisi idrica. Perché gli ultimi due anni – inverni compresi – hanno dimostrato nei fatti che neanche la montagna è esente dalla mancanza d’acqua. Ma proprio la montagna può trovare strumenti efficaci per combattere la sfida idrica.

«Occorre ridefinire il rapporto tra chi produce e stocca il bene, le aree montane, con chi lo consuma. È un fattore decisivo per le politiche sulla risorsa idrica, ancora incastrate tra cose non fatte da molte regioni in particolare al Sud, a partire dalla pianificazione, e tribunali delle acque che decidono sopra le teste anche dei sindaci» dice Uncem. «Cambiare strumentazione per lavorare meglio e proteggere il bene è necessario. Con un’azione che tocchi anche i singoli cittadini».

Ecco allora le cinque “mosse” proposte per la montagna.

Uno: efficientare. «Occorre subito efficientare le reti idriche» dice Uncem. «Servono 5 miliardi di euro in cinque anni. Il Paese deve investire bene le prime risorse già stanziate nel Pnrr e mettere “in rete” le reti comunali che in molti casi non sono in relazione. Bisogna realizzare i depuratori dove non esistono».

Due: pianificare. «Pianificare invasi vuol dire investire nella relazione tra acqua e forza di gravità, tra chi produce e chi consuma il bene, dando pieno ruolo ai territori montani. Il tema “nuovi invasi” deve rientrare nelle partite del rinnovo delle concessioni idroelettriche delle grandi derivazioni, perché serve una pianificazione territoriale vasta, oltre i singoli municipi. Nelle valli alpine la risorsa idrica è quasi ovunque etra-sfruttata: dove facciamo oggi invasi se abbiamo condotte che attraversano le valli intere? Se si pianificano invasi, occorre ripensare dove va e come è usata la risorsa».

Tre: incentivare. «Ripartiamo dalle case e dagli edifici pubblici. Rendere efficiente l’uso della risorsa idrica negli immobili della Pa – a partire dalle scuole – e dei privati cittadini significa obbligare a installare meccanismi per il recupero e il riuso delle acque, ad esempio introducendo un credito d’imposta al 100% per acquisto e installazione di questi sistemi tecnologicamente avanzati. Creare piccole “riserve domestiche” è semplice: con poche decine di euro si acquista una cisterna da 300 litri da mettere all’uscita della grondaia, utile per irrigare il giardino».

Quattro: concertare. «Rendere migliore il ciclo idrico integrato è necessario, chiedendo alle Regioni – da parte dello Stato – di convocare tavoli di interazione e concertazione del sistema degli enti locali, con le associazioni e gestori di acquedotto, fognature, depurazione con tutte le multiutilities. Chiedendo che il piano di investimenti annuale dei gestori sia finalizzato non solo alle grandi aree urbane, ma sia distribuito anche nelle aree interne e montane».

Cinque: realizzare. «Realizzare nuovi invasi a uso plurimo della risorsa idrica (potabile, energetica, antincendio, irriguo) vuol dire essere efficaci nelle modalità di concertazione e nei tempi. Troppo ne è già stato perso. Sono necessarie forti regie regionali, nel quadro dei relativi Piani delle Acque, sbloccando il “piano invasi” nazionale oggi sopito».  

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