Se non verranno rivisti i criteri imposti dall’Intesa Stato-Regioni del 2022, dal settembre 2025 decine di donne potrebbero trovarsi senza un luogo sicuro dove fuggire dalla violenza. Nella Marca Trevigiana tre centri su cinque rischiano di abbassare le serrande. A Belluno, l’intera rete di protezione potrebbe sparire, lasciando scoperta una provincia che già affronta le difficoltà tipiche delle aree montane, dove isolamento e fragilità sociale rendono la violenza ancora più silenziosa.
A lanciare l’allarme sono Confcooperative Belluno e Treviso e la Commissione Donne Cooperatrici, che contestano l’applicazione dell’articolo 1, comma 7, lettera c) dell’Intesa. Il problema principale è il requisito di esclusività o prevalenza statutaria dell’attività antiviolenza: una condizione che penalizzerebbe molte cooperative sociali multiservizi, le stesse che da anni operano con professionalità, competenza e un forte radicamento territoriale.
Nel 2023, i centri antiviolenza veneti hanno ricevuto quasi 7.200 contatti, in crescita rispetto ai 6.009 dell’anno precedente. Eppure, sotto i nuovi criteri, potrebbero chiudere dieci centri antiviolenza, dieci sportelli territoriali e venticinque case rifugio, per un totale di 192 posti letto dedicati all’accoglienza. Un taglio potenzialmente devastante per una rete che si è rivelata sempre più indispensabile.
Il periodo transitorio, già esteso da 18 a 36 mesi con scadenza fissata a settembre 2025, è per i promotori del ricorso un chiaro segnale delle difficoltà di adeguamento. Secondo Lorenzo Brugnera, presidente di Confcooperative Belluno e Treviso, e Raffaella Da Ros, coordinatrice regionale della Commissione Donne Cooperatrici, «È necessario un profondo ripensamento. La forma giuridica non può prevalere sulla sostanza dell’azione: la capacità reale di presa in carico, la qualità dei servizi offerti, la presenza di personale formato e la fiducia costruita con anni di lavoro capillare sul territorio devono essere riconosciute come criteri centrali». Il rischio, spiegano, «È quello di vedere sacrificata una cooperazione inclusiva e competente, capace di offrire risposte umane e concrete a centinaia di donne vittime di violenza».





