Vaccini e anticorpi monoclonali. La lotta al coronavirus si gioca su due campi paralleli. E se da un lato la campagna vaccinale alterna accelerazioni a frenate, ostaggio delle bizze del mercato e delle case farmaceutiche, sta invece dando ottimi risultati la terapia attraverso la somministrazione degli anticorpi monoclonali. L’Usl 1 Dolomiti la sta sperimentando ormai da un mese, sotto la guida del reparto di Malattie infettive, diretto da Renzo Scaggiante.
Ad oggi sono 23 le dosi somministrate. «Si tratta di 7 donne e 16 uomini – specifica Scaggiante – e solo uno ha poi avuto bisogno di ricovero, peraltro per sintomatologia lieve. La fascia di età più rappresentata è quella tra i 70 e i 79 anni».
I monoclonali sono sono anticorpi IgG1 che neutralizzano la proteina spike di SARS-CoV-2, impedendone il legame con il recettore ACE2, prevenendo così il successivo ingresso virale nelle cellule umane e di conseguenza la replicazione virale.
La somministrazione, che dura un’ora, avviene per via endovenosa, alla quale fanno seguito ulteriori 60 minuti di monitoraggio, dato che il farmaco ad oggi non ha ancora ricevuto la autorizzazione definitiva da Ema, l’agenzia europea del farmaco. Terminate le due fasi, il paziente può rientrare autonomamente a casa per continuare l’isolamento, fino alla negativizzazione del tampone.
«Questi farmaci – spiega l’Ulss 1 – sono indicati per i pazienti positivi da meno di dieci giorni, e hanno la massima efficacia se somministrati entro i primi 3-5 giorni».
Non tutti, almeno in questa fase, possono aver accesso a queste specifiche cure. In accordo con i medici di base, la sperimentazione è destinata a persone che per la loro situazione di base si trovano a rischio di progressione e ricovero (diabetici scompensati, grandi obesi, nefropatici in dialisi, cardiopatici, pneumopatici cronici, neoplastici e pazienti in trattamento immunosopressivo).
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