Cinquecentonovanta vittime. In una provincia di 200mila abitanti. È pesantissimo il prezzo pagato dal Bellunese alla pandemia di coronavirus, che ha stravolto l’ultimo anno delle nostre esistenze, imperversando soprattutto nei mesi autunnali di fine 2020, quando la provincia di Belluno è stata a lungo in testa alle classifiche dell’incidenza del contagio.
Eppure, per quanto riguarda le vittime, le cose sono andate un po’ meglio che nel resto del Veneto. Lo dimostra l’analisi sulla mortalità diramata ieri, in occasione della Giornata in memoria delle vittime di Covid – 19, dall’Ulss 1.
Mettendo a confronto la variazione del numero di decessi 2020-21 e la media degli anni 2017-2019 nel territorio dell’Ulss 1 Dolomiti e in Veneto, emerge un impatto leggermente inferiore della mortalità per covid nella provincia di Belluno rispetto al contesto regionale. In 12 mesi (da gennaio 2020 a gennaio 2021) la variazione della mortalità nel Bellunese segna +11%, contro un aumento regionale del 15%. Il dato provinciale è migliore anche analizzando i due mesi del primo lockdown (marzo e aprile 2020): mentre in Veneto si è registrato un aumento della mortalità del 26%, a nord delle Prealpi si è rimasti 10 punti percentuali sotto.
Un po’ a sorpresa, impatto di Covid – 19 in provincia minore rispetto al Veneto anche durante la seconda ondata. L’aumento della mortalità tra novembre 2020 e lo scorso gennaio nel territorio dell’Usl 1 è stata del +39%. Un valore impressionante, ma sempre più basso del dato regionale, dove l’aumento è stato del 43%.
Per quanto riguarda la distribuzione dei decessi per covid nelle diverse fasce d’età, si nota come il virus abbia colpito mortalmente in grandissima parte la popolazione più anziana. Il 91% dei decessi, infatti, è stato di persone sopra i 70 anni di età, nel 70% dei casi ultraottantenni. Solo l’1% delle vittime aveva meno di 50 anni e non si sono registrate vittime in età pediatrica.
Insomma, pur in un contesto tragico, la provincia di Belluno ne sta uscendo meglio delle altre realtà venete. «Questo è il frutto – commenta la direzione sanitaria – dell’impegno sia dei professionisti ospedalieri e territoriali, sia della medicina di Famiglia e di tutte le organizzazioni presenti nel territorio che, a fronte di un elevato numero di contagi, hanno saputo riorganizzarsi e contenere gli effetti dell’epidemia».





