Guido Lozza: la resilienza del Cadore ha il sapore di una pizza

Guido Lozza: la resilienza del Cadore ha il sapore di una pizza

«La pizza da dedicare a questo periodo? Sarebbe un piatto vuoto. E la chiamerei “pizza ristoro”». Quella di Guido Lozza è una storia di resistenza. E resilienza. Arriva dalla montagna, dal cuore del Cadore. E, in particolare, da Calalzo. Dove avviare un’attività di ristorazione non è un semplice lavoro, a garanzia della propria stabilità economica. È un servizio per la collettività: a maggior ragione in tempi di pandemia. E Guido lo sa perfettamente. Anche se i conti non tornano. Ma tornano, eccome, in termini solidaristici.

SPERANZA – Perché il titolare del ristorante-pizzeria “La nuova botte del re” una ne pensa e cento ne fa: dal “Family pack” (4 margherite a 16 euro con una vaschetta di porchetta) alle pizze a 8 euro con bibita gratis, fino ai dolci in omaggio ogni weekend, ai buoni sconto e alla bottiglia in più per le famiglie numerose. «È una fase di sofferenza per tutti – afferma il “re della botte” -. Arriverà il tempo per tornare a essere imprenditori veri: adesso, però, la gente ha bisogno sentirsi coccolata, di ricevere un gesto di conforto, di toccare con mano la speranza». Quella speranza che si può manifestare pure attraverso il cibo, accompagnato da una serie di piccoli, ma significativi omaggi: «Chi sono io per privare qualcuno di un piatto gustoso? Specialmente se quel “qualcuno” non se lo può permettere e fatica ad arrivare alla fine del mese. È giusto lanciare un segnale. Far capire che sono vicino al mio territorio e alla mia gente». 

PIZZA IN PIAZZA – Insomma, magari non risolleverà il mondo, ma una pizza può di sicuro risollevare il morale e l’animo appesantito dalla pandemia: «Abbiamo già in mente un’iniziativa per l’estate. Sarà una “pizza in piazza” che ha lo scopo di coinvolgere i vari locali della zona e, soprattutto, la comunità. Vogliamo infondere fiducia». E Guido, in quanto a fiducia, è più contagioso del Coronavirus: «Non la perdo mai, è vero. Ma anch’io ho le mie paure, i miei sentimenti di malinconia. Ora come ora, il mio è un lavoro a perdere, ne sono consapevole. Come so che ci vorranno 4 o 5 anni per tornare ai livelli dello scorso febbraio. Però mi sento come un padre di famiglia: riesco a pagare i fornitori e soprattutto i miei dipendenti: ne ho otto. E poi regalo sorrisi». Vi pare poco? Al contrario: «L’aspetto che più mi ha pesato – prosegue Lozza – è l’incertezza. Prima apri, poi chiudi. Poi riapri, quindi richiudi. Avrei preferito il lockdown totale, come lo scorso marzo. Mi sarei organizzato di conseguenza». 

SOPRAVVIVENZA E SOLIDARIETÀ – Calalzo guarda oltre: maniche arrotolate. E sempre sul pezzo: «Mi alzo tutte le mattine come un leone perché so che non avrò l’aiuto di nessuno. E nemmeno me lo aspetto. Vado avanti a testa alta, faccio vedere che ci sono, cerco di applicare sconti per mettere in moto l’economia: non è il momento di guadagnare, ma di sopravvivere. E di creare una catena di solidarietà». Parole che Guido accompagna con i fatti, nella quotidianità. A dimostrazione che la resilienza può avere il gusto di una margherita o di una capricciosa. 

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