C’è un uomo che cammina lungo le vie di un paese vuoto, spettrale, impaurito: siamo in piena pandemia. È venerdì Santo: il momento della via crucis. Di una processione che coinvolge anche il sindaco, con la croce. E la gente si affaccia timidamente alle finestre per raccogliere un messaggio: non solo religioso, ma soprattutto di speranza.
Quello stesso uomo, riconoscibile nella quotidianità per la veste ecclesiastica, indossa poi una tuta protettiva che lo avvolge in maniera totale. Spuntano soltanto gli occhi: tanto dolci, quanto analitici e profondi. Ma spunta pure un dito: è il pollice. Ed è alto: «Va tutto bene», sembra suggerire. «Questo è il mio posto»: ovvero, il reparto Covid dell’ospedale San Martino di Belluno. A stretto contatto con i malati: per portare una parola di conforto, certo. Ma anche per dare un aiuto concreto, improntato su professionalità, conoscenze e studio, dopo un percorso che gli ha permesso di conseguire la laurea in Scienze infermieristiche.
Non ci ha pensato due volte a lasciare – momentaneamente – la parrocchia di Castellavazzo e a tornare in corsia: «Sento il bisogno di aiutare». In queste cinque parole c’è l’essenza di don Alessio Strappazzon: è lui il “Bellunese dell’anno 2020”. Un sacerdote, un infermiere, un uomo per il quale donarsi agli altri equivale a respirare e dormire, mangiare e bere: non è una scelta, è un’esigenza.
Don Alessio è fonte di ispirazione.
Don Alessio è un bagliore di luce nel buio dell’egoismo.
Don Alessio è uno di noi. E ci fa sentire orgogliosi di essere bellunesi.





