
Riportiamo un breve saggio del professor Giovanni Campeol (docente all’Università di Venezia)
Il 9 marzo, il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano Giuseppe Conte ha annunciato il lockdown per l’Italia sulla base di una lettura dei dati della diffusione del Covid-19, definiti eccezionali e allarmanti. Tuttavia alcuni confronti statistici, per medesimi periodi storici, con gli anni precedenti dimostrano che nel 2020 in Italia ci sono stati meno morti che negli anni precedenti.
Le epidemie sono sempre esistite e sempre esiteranno, solo che la memoria umana tende a confinare questi eventi nell’inconscio profondo al fine di difendersi psicologicamente. Tuttavia quando si ripresentano, gli antichi ricordi emergono consentendoci di scoprire che poco è cambiato nella gestione sociale.
Durante le “pestilenze” dei secoli passati gli umani hanno sempre cercato modalità di comportamento pubblico atto a mantenere una certa distanza personale così come facciamo oggi.
Ieri con le goffe maschere veneziane dai lunghi nasi; oggi con le mascherine non meno goffe (vedi quelle prodotte in Veneto che potremmo chiamare “le gradi orecchie”) e il “metro virtuale” distanziatore.

L’addensamento negli ospedali era grande sia ieri che oggi e i morti erano moltissimi ieri; i decessi avvenivano con grande rapidità, mentre oggi probabilmente sono molto meno, anche se la rapidità appare simile.
Già nei secoli passati si intuiva che il respiro con tutte le sue componenti era portatore di virus, più o meno come oggi e nel XVII secolo la Serenissima Repubblica di Venezia adottò misure analoghe a quelle di oggi per cercare di contenere il contagio. Rino Cigui in un saggio dal titolo L’antica figura del “Provveditore alla Sanità” in Istria, pubblicata il 27 maggio 2019 da Adriatico per il Centro Ricerche Storiche di Rovigno (oggi Croazia) afferma «[…] La comparsa della peste, concetto oggi riferito a un morbo specifico ma utilizzato in passato per indicare tutte le malattie a grande diffusione ed elevata mortalità, rappresentò sicuramente uno degli avvenimenti storici più devastanti in quanto finì per condizionare il vissuto umano, decimando le popolazioni, causando rotture dell’organizzazione sociale, distruggendo le strutture produttive. Il morbo, con il suo agire misterioso, rapido e violento, rappresentò per l’Istria uno degli avvenimenti storici più sconvolgenti, i cui riflessi sociali, politici, economici e culturali furono avvertiti anche nei decenni successivi alla sua scomparsa. La grande mortalità causata dalla sua rapida diffusione, associata alle lacunose conoscenze epidemiologiche dell’epoca, incapaci di spiegarne la genesi, seminarono il panico in tutta la provincia, rendendo difficoltosa una qualsiasi differenziazione tra la peste vera e propria e le altre forme di contagio, che si alternarono o accompagnarono alla malattia […]».
Nella odierna modernità, pur a fronte di uno sviluppo impressionante della tecnologia medica, non abbiamo capito esattamente da dove derivi il Covid-19 e non disponiamo ancora di un vaccino, cosicché i vincoli sociali imposti dalle “Autorità” per controllare l’epidemia sono esattamente gli stessi di quattrocento anni fa.
Vale la pena citare ancora Cigui «[…] dopo la catastrofica pestilenza che aveva martoriato i territori della Serenissima negli anni 1630-’32, Venezia avvertì la necessità di un radicale cambiamento nell’approccio alla terribile infezione, il quale, si capì, doveva puntare su un’attenta e scrupolosa politica sanitaria gestita dal governo e non, come capitava sovente, essere demandato a istituzioni locali le cui iniziative profilattiche si erano rivelate, il più delle volte, intempestive e inefficaci. La terribile manifestazione epidemica del 1630-’32 rappresentò, pertanto, uno spartiacque nell’atteggiamento assunto dalla Dominante verso la peste e nei confronti delle malattie infettive in generale, e in questa prospettiva, scrive Egidio Ivetic, il ruolo della provincia dell’Istria, vero e proprio ponte verso lo Stato da Mar, diventò fondamentale […]».
Oggi come allora il contagio fu causato dalla globalizzazione del mercato che nel XVII secolo vedeva nella Serenissima Repubblica di Venezia il motore fondamentale di una parte rilevante del continente.
Infatti Cugui ricorda che «[…] Venezia involontariamente avendo contatti diretti e frequenti era una delle porte di accesso alle epidemie provenienti dall’impero ottomano e dai Balcani. L’estensione del “gran contagio” fu agevolata involontariamente dalla Repubblica, la quale, attraverso gli stretti rapporti politici e commerciali con la penisola, era diventata, suo malgrado, il punto di partenza privilegiato del contagio marittimo, mentre attraverso le vie terrestri, che collegavano l’Istria interna con i territori asburgici, la Dalmazia e i domini ottomani, irrompevano le epidemie provenienti dall’Europa centrale e dalla penisola balcanica […]».
Come tutti i sistemi sociali “forti” e gerarchicamente ben strutturati, nei quali il potere vive anche del simbolismo e del mito dell’autorità come ad esempio le “società idrauliche”, delle quali la Serenissima Repubblica di Venezia è l’esempio più eclatante, le decisioni prese per contrastare l’epidemia furono emblematiche.
Infatti di fronte alla minacciosa epidemia di peste «[…] il governo veneto reagì energicamente mobilitando la popolazione nella vigilanza del territorio istriano e, soprattutto, affidando a uno specifico responsabile, il Provveditore alla Sanità in Istria, il compito di organizzare la difesa sanitaria della provincia, che nell’imminenza del pericolo ebbe un ruolo preminente rispetto alla stessa difesa politico-militare […]».

Provveditore di Sanità molto simile all’attuale Commissario della Protezione Civile che decide con funzioni di “dictator” di romana memoria e che in questo periodo governa senza “magistratura”, cioè senza collegialità e in difetto di elettività.
Oggi si assiste all’imposizione di pesantissime restrizioni di una delle fondamentali libertà civili quale quella della libera circolazione delle persone e delle merci. Condizione questa che anche la Serenissima Repubblica di Venezia aveva imposto nella prima metà del 1600. Infatti furono disposte «[…] guardie a tutto il confine, distanti in maniera che nessuno possa entrare senza vedute e permissioni de i Deputati […]» ed esattamente come oggi, facendo controllare il territorio «[…] battere da gente a cavallo la pattuglia ai confini […]». Tutto ciò al fine di eliminare le comunicazioni fisiche con i paesi appestati in modo che «[…] resti interdetto a ognuno, sia forestiero, sia paesano, il venir di colà, se non per la via, che per necessità fosse stata destinata e riservata da i Magistrati, e sotto gli occhi di chi è deputato alla custodia de’ passi […]».
Insomma, nulla è cambiato.
di Giovanni Campeol





