Il fondo nazionale per la montagna è fermo, mentre sui piccoli Comuni arrivano bandi «inutili e dannosi». È un giudizio duro quello espresso da Uncem e dal presidente nazionale Marco Bussone, che accende i riflettori su due dossier considerati cruciali per i territori montani. Il primo riguarda la mancata ripartizione delle risorse statali per il 2025 e il 2026. «Siamo tutti in attesa di vedere ripartiti i milioni del fondo montagna – afferma Bussone – ma il trasferimento alle Regioni non c’è e non si capisce dove si sia inceppato il meccanismo».
Una situazione che alimenta preoccupazioni, anche perché le cifre potrebbero essere sensibilmente ridotte rispetto ai circa 200 milioni annui stanziati negli anni precedenti. Sullo sfondo, il nodo dei criteri di distribuzione, sui quali – sottolinea Uncem – non ci sarebbe ancora un’intesa tra le Regioni. L’associazione rilancia una proposta precisa: legare il riparto all’impegno diretto delle Regioni sulla montagna, premiando chi investe di più. Un meccanismo già utilizzato per altre misure, che permetterebbe – secondo Bussone – di raddoppiare le risorse disponibili. A preoccupare è anche l’esclusione di Uncem dal confronto nazionale. «Non siamo stati interpellati sul riparto del fondo 2025 e 2026 – evidenzia Bussone – e questo non fa bene al percorso». Il timore è che il ritardo nell’utilizzo dei fondi possa aprire la strada a una redistribuzione verso altri ambiti, sottraendo risorse alle aree montane.
Il tema si intreccia con le tensioni generate dalla recente revisione dei criteri di montanità, che ha ridefinito la classificazione dei Comuni. Una scelta giudicata da Uncem «senza senso», perché avrebbe creato divisioni tra territori e amministrazioni locali, invece di rafforzare la coesione. Accanto al capitolo risorse, Uncem critica anche le politiche sul personale per i piccoli Comuni. Nel mirino finiscono i bandi nazionali per le assunzioni, che hanno coinvolto una platea di oltre 5.000 municipi ma raccolto adesioni minime.
«Un concorso unico nazionale con solo 178 posizioni è una presa in giro», attacca Bussone, evidenziando come il costo degli stipendi resti integralmente a carico dei bilanci comunali, già in difficoltà. Senza incentivi economici e strumenti di welfare territoriale, secondo Uncem, è illusorio pensare di attrarre nuove professionalità nelle aree più periferiche. Da qui una critica più ampia al sistema istituzionale. «Serve una vera riforma – conclude Bussone – con funzioni chiare, risorse adeguate e personale organizzato su base sovracomunale. I piccoli Comuni non hanno bisogno di bandi spot, ma di una visione strutturale che oggi manca».





