Niente scorciatoie. Una sentenza del TAR della Lombardia, ora definitiva, chiude la porta agli automatismi burocratici con cui alcune Regioni — il Veneto in testa — stavano cercando di reclutare medici stranieri senza il preventivo riconoscimento del Ministero della Salute. Il messaggio è netto: la carenza di personale non può diventare un alibi per abbassare la guardia sulla qualità delle cure.
Chi ha vinto e perché
A portare la battaglia nelle aule dei tribunali amministrativi sono stati la FNOMCeO — la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici — e gli Ordini provinciali del Veneto. Nel mirino, le delibere regionali che aprivano le porte delle Ulss a medici specializzati all’estero bypassando le verifiche ministeriali. Un primo stop era già arrivato a novembre 2025, quando il TAR del Veneto aveva sospeso una delibera che voleva piazzare questi professionisti direttamente nei reparti di emergenza-urgenza e pronto soccorso — i più delicati, i meno adatti agli esperimenti.
Il problema non era l’origine, ma le regole
Attenzione: la sentenza non dice che i medici stranieri non possono lavorare in Italia. Dice qualcosa di più preciso e più scomodo per chi governava la sanità veneta: che le Regioni non possono inventarsi una “disciplina alternativa” a quella nazionale, come l’ha definita il presidente FNOMCeO Filippo Anelli.
Cosa mancava nel sistema bocciato? Tutto ciò che conta davvero. Nessuna valutazione reale delle competenze tecniche. Nessuna verifica seria del percorso formativo estero — solo un conteggio degli anni di servizio, come se l’anzianità bastasse a colmare eventuali lacune. Un approccio che, secondo gli Ordini, esponeva i pazienti a rischi concreti e violava un principio non negoziabile: il diritto alla salute garantito dalla Costituzione.
La strada c’è, ma è stretta
I medici stranieri non sono fuori gioco. Potranno ottenere un riconoscimento regionale valido fino al 2029, ma solo superando un vaglio rigoroso del loro percorso formativo. Niente regali, niente corsie preferenziali.
Stefano Capelli, presidente dell’Ordine di Belluno, e i colleghi veneti si dicono pronti al confronto con la Regione. Ma il perimetro è tracciato: qualità delle cure prima di tutto, e nessun compromesso al ribasso sull’identità professionale di chi entra in corsia.





