C’è una strada che non è solo asfalto. È fatta di curve, boschi, silenzi, case isolate e campanili che resistono al tempo. È la strada che attraversa la Val di Zoldo e sale fino a Zoppè di Cadore. Venti chilometri, otto parrocchie, una trentina di frazioni. E un prete di 38 anni che la percorre ogni giorno, come se fosse una linea invisibile che tiene insieme le persone.
Don Roberto De Nardin non è un parroco “di strada” nel senso romantico del termine. È un parroco per strada. Sempre in cammino. Sempre in movimento. Sempre tra la sua gente. In una valle che negli ultimi dieci anni ha perso un quinto dei suoi abitanti, la sua auto diventa una piccola navicella pastorale che attraversa un territorio fragile, spopolato, ma ancora vivo. Vivo di relazioni, di sguardi, di umanità.
«Sono parroco in Val di Zoldo e a Zoppè di Cadore. Tra un estremo e l’altro della mia comunità pastorale corrono venti chilometri». Lo dice con semplicità, come se stesse parlando di una passeggiata. In realtà è una geografia complessa, fatta di paesi aggrappati ai versanti, strade che d’inverno diventano frontiere, frazioni che sembrano isole.
Originario de La Valle Agordina, don Roberto è sacerdote dal 2015. Prima segretario del vescovo, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale giovanile, insegnante. Poi una scelta: la parrocchia. «Sentivo il desiderio di vivere un’esperienza vera tra la gente. Mi hanno mandato qui. E mi sono immerso subito, con entusiasmo».
Qui la vita ha un altro ritmo. Un tempo lento, essenziale. «È una terra segnata dall’emigrazione stagionale, dalla rarefazione dei servizi. La parrocchia resta uno dei pochi luoghi di aggregazione». Gli anziani sono tanti, le giovani famiglie poche. I gelatieri partono a febbraio, tornano in autunno dalla Germania. E intanto la valle si svuota, lentamente. Ma non si spegne.
Don Roberto guida una comunità fatta di persone più che di numeri. Di volti più che di statistiche. Le sue giornate iniziano tra carte, firme, responsabilità: otto parrocchie, una ventina di strutture tra chiese, canoniche e case. Poi le visite agli anziani, i pranzi condivisi con don Paolo Arnoldo, sacerdote in pensione che gli cammina accanto. Il pomeriggio è fatto di incontri, ascolto, catechismo. Le sere di messe e riunioni comunitarie. Giornate lunghe. Ma piene. Piene di senso.
«Mi piace il contatto con la gente. Prima andavo dove c’era bisogno. Ora posso costruire relazioni stabili. Posso sentire questa comunità come mia». E i giovani? «Con loro servono parole nuove. Per far scoprire la bellezza del Vangelo».
Intorno a lui c’è una comunità che regge. Lucia, 67 anni, vicepresidente del consiglio pastorale: «La diversità delle frazioni ci ha uniti. Ora ci conosciamo, partecipiamo anche alle celebrazioni negli altri paesi». Nadia, 54 anni, segretaria: «Faccio quello che serve. Aiuto, canto, leggo in chiesa. Mettersi a disposizione fa bene anche a me».
Ma il futuro fa paura. «Negli ultimi dieci anni la Val di Zoldo ha perso il 20% della popolazione. C’è la parrocchia, ma manca il tessuto comunitario. E questo, domani, potrebbe diventare un problema serio». È una frase che pesa. Perché parla di desertificazione umana prima ancora che demografica.
Eppure, in territori dove sono scomparsi servizi, scuole, presidi sanitari, la Chiesa resta. Come presidio sociale. Come luogo di relazione. Come spazio di ascolto. Come casa.
Quella di don Roberto è solo una delle tante storie che raccontano una Chiesa che cammina insieme alle persone. È lo stesso messaggio al centro della nuova campagna istituzionale della Conferenza Episcopale Italiana, dal claim: “Chiesa cattolica italiana. Nelle nostre vite, ogni giorno”. Una campagna che non parla di strutture, ma di gesti. Di mani che si tendono. Di parole che consolano. Di presenze che restano.
Dalla solitudine degli anziani ai percorsi per i giovani, dalle seconde possibilità per chi si sente escluso ai cammini di fede quotidiani, fino alla cura del creato: una Chiesa che non fa rumore, ma c’è. Che non occupa spazi, ma li abita. Che non proclama, ma accompagna.
«Senza questa rete di solidarietà – spiega Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica – mancherebbe un punto di riferimento essenziale. Vogliamo rendere visibile una presenza concreta, quotidiana, reale».
E allora quella strada tra Val di Zoldo e Zoppè non è più solo una strada. Diventa un simbolo. Un filo che tiene insieme fede e umanità. Fragilità e speranza. Spopolamento e presenza. Solitudine e comunità.
Con un prete di 38 anni che ogni giorno la percorre, non per dovere, ma per scelta. Non per mestiere, ma per vocazione. Sempre in cammino. Sempre con la sua gente. Sempre dentro una storia che non fa notizia, ma fa comunità. E tiene accesa la luce, anche dove sembra che tutto si stia spegnendo.





