21 milioni di euro dalle fusioni: accantonare i campanilismi conviene

21 milioni di euro dalle fusioni: accantonare i campanilismi conviene

 

Fondersi conviene? A guardare i freddi numeri pare proprio di sì. Perché messi da parte i campanilismi, ci sono i soldi. Le fusioni di Comuni approvate in Veneto hanno finora beneficiato di importanti incentivi: tra il 2014 e il 2020, sono arrivati oltre 31 milioni di euro di contributi dallo Stato. Di questi, oltre 21 milioni hanno raggiunto il Bellunese (21.074.557 euro, per l’esattezza). Mica male. Soprattutto perché si tratta di risorse a disposizione dei servizi comunali e del territorio.

A livello pro capite il Comune che se la passa meglio è Val di Zoldo: 231 euro per anno per abitante di contributi fusione. In tutto, dal matrimonio tra Forno e Zoldo Alto sono arrivati 2,8 milioni di euro.

Se si parla di cifre tout court, il primato veneto spetta a Longarone, dove la fusione con Castellavazzo ha portato in sei anni 6,4 milioni di euro (mediamente 914mila euro all’anno). Ma anche Alpago non può lamentarsi: 4,7 milioni di euro in pochi anni, vale a dire 1,2 milioni di media all’anno (e 174 euro pro capite agli alpagoti). Risorse che prima della fusione non erano neanche pensabili. Poi è vero: dipende da come i Comuni le utilizzano. Ma resta la domanda: dove i referendum sono andati falliti (Canale-Falcade, per esempio; o Chies-Tambre) erano state spiegate certe cifre ai cittadini?

A Borgo Valbelluna, altro esempio, il referendum ha avuto successo, ma è stato largamente contestato post-urne. I dati però dicono che il nuovo Comune della Sinistra Piave ha già raccolto 4 milioni di euro di contributi statali. E Quero-Vas, uno dei primi esempi di fusione al bellunese, conta su 3,1 milioni di euro.

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