Quando la fame mordeva, era un modo come un altro per rendere più saporito l’unico piatto forte che non mancava mai sulle tavole dei contadini bellunesi (e veneti). Adesso è tornato di moda come pietanza di nicchia, in varie versioni. Ma resta pur sempre scopeton.
È pesce azzurro. Arrostito e condito con abbondante sale e un pizzico di aceto, solitamente (o affumicato in alcune zone della Valbelluna); ecco perché rendeva sapida anche la polenta. O irrorato di olio, in modo da diventare il sugo ideale per la fetta di polenta, arrostita sulla stufa. In entrambi i casi, era il cibo tipico della vigilia di Natale e dei venerdì di quaresima.
Ma che pesce è? Per molti è l’aringa (la “renga”), proveniente dai mari del nord e spesso commercializzata sotto sale, soprattutto in un’epoca in cui il frigorifero e il frizer non c’erano nelle case bellunesi. Per altri è una grossa sarda (il sardone, in Venezia Giulia). Fa parte di quello che comunemente viene chiamato “salacca”, termine che ricomprende tutti i pesci conservati sotto sale. In realtà, uno vale l’altro, soprattutto un tempo, quando era più importante la sostanza della provenienza o del nome.
A Belluno e dintorni lo scopeton era servito in una sorta di poltiglia, salata e acetosa, tale che ne bastava poco per insaporire la polenta; in questo modo un singolo pesce bastava per una famiglia intera.





