La presenza di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro veneto continua a crescere a ritmi sostenuti. Nel 2025 le assunzioni previste di immigrati hanno superato quota 153 mila, pari al 29% del totale: quasi un nuovo assunto su tre non è italiano. Un trend che, rispetto al 2017, segna un incremento del +134,8%, confermando un cambiamento strutturale e non più episodico. Il fenomeno riguarda l’intera regione, ma con intensità diverse. Verona, Rovigo e Venezia guidano la classifica veneta: nel 2025 quasi un terzo delle nuove assunzioni è rappresentato da lavoratori stranieri (rispettivamente 34,7%, 32,4% e 29,8%). In valori assoluti, Verona è l’area con il maggior numero di ingressi previsti (42 mila), seguita da Venezia (33.480) e Padova (24.150).
Il peso nel mercato del lavoro veneto
Secondo la Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Veneto sono oltre 263 mila, pari al 15,1% del totale. Una quota che conferma come la manodopera straniera sia ormai una componente stabile e indispensabile del sistema produttivo regionale.
I settori più interessati restano quelli che sostengono l’economia reale: agricoltura, edilizia, logistica, ristorazione e turismo. Ambiti dove la domanda di personale è continua e dove, senza il contributo degli immigrati, molte imprese avrebbero difficoltà a garantire operatività e tempi di produzione. In agricoltura, ad esempio, raccolte e lavorazioni stagionali dipendono in larga parte dalla loro presenza; nell’edilizia contribuiscono alla realizzazione di infrastrutture e abitazioni; nella logistica assicurano la distribuzione delle merci; in ristorazione e turismo sostengono i picchi dell’alta stagione. Accanto al ruolo economico, c’è quello sociale: colf, badanti e assistenti familiari – in larga parte stranieri – permettono a migliaia di famiglie venete di conciliare lavoro e cura, soprattutto in una regione che invecchia rapidamente.
Non specializzazioni etniche, ma adattamento
Il report della CGIA sottolinea come non esistano “mestieri tipici” legati alle etnie. Le concentrazioni settoriali dipendono da fattori concreti: reti migratorie, domanda locale, difficoltà linguistiche iniziali, mancato riconoscimento dei titoli di studio, politiche di regolarizzazione mirate. Così gli europei dell’Est sono più presenti nei servizi alla persona, i nordafricani in edilizia e agricoltura, i lavoratori dell’Asia meridionale in agricoltura, ristorazione e cantieristica, i cinesi nel commercio e nella manifattura tessile, i filippini nei servizi domestici.
Il focus sul Bellunese
Nel quadro regionale, il Bellunese si conferma un territorio che fa ampio ricorso alla manodopera straniera, soprattutto nei comparti chiave dell’economia locale: turismo, ristorazione, logistica, agricoltura e assistenza familiare. La combinazione di stagionalità, carenza di personale locale e invecchiamento demografico rende il contributo dei lavoratori immigrati particolarmente rilevante. Senza di loro, molte attività – dagli alberghi alle aziende agricole, fino ai servizi alla persona – avrebbero difficoltà a garantire continuità.
Il trend regionale, dunque, trova piena conferma anche nel Bellunese: la presenza straniera non è più un supporto marginale, ma una componente strutturale del sistema economico e sociale.





