«Bisogna chiedere agli uomini di scienza e ai tecnici di avere il coraggio di non osare oltre il limite, insomma, di sapersi fermare e di imparare a misurare i rischi quando c’è in gioco la vita umana». La messa in suffragio delle vittime del Vajont, nel pomeriggio di ieri (9 ottobre) è dritta e secca. Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, non esita un secondo. Non fa sconti. E va dritto al punto. Quel punto che superstiti e sopravvissuti portano dentro il cuore da sessant’anni.
Non fu il Monte Toc il colpevole. Lo dice anche Moraglia. No, il Toc fu un gentiluomo. Mandò segnali ripetuti per dire che la diga, lì dove sorge ancora oggi, non si poteva e non si doveva fare. Ma non venne ascoltato.
Nell’omelia il patriarca di Venezia ripercorre la cronistoria del disastro. Con rigore scientifico riporta i dati numerici della catastrofe, dalla frana che provocò l’onda fino alla distruzione che ne seguì. E poi lancia il monito. «Questo luogo ci ricorda una tragedia nazionale in cui morirono duemila persone perché altre persone non seppero o non vollero calcolare il rischio di una determinata situazione e scelsero di non fermarsi, accettando un rischio che, alla fine, risultò fatale. Si volle osare, andando oltre; si preferì il risultato da conseguire alle vite umane verso le quali si avevano specifiche responsabilità» dice Moraglia nell’omelia. «Celebrare questo triste anniversario è qualcosa di dovuto ai morti e ai sopravvissuti perché tragedie come il Vajont non solo non possono essere dimenticate ma neanche, col passare del tempo, devono attutirsi nella memoria collettiva. Si tratta di condannare la scelta di rischiare in nome o del profitto o di una impresa da guinness dei primati, svincolando un progetto dall’etica che comporta dapprima il senso del limite e poi il rispetto delle persone e della vita umana. Bisogna chiedere agli uomini di scienza e ai tecnici di avere il coraggio di non osare oltre il limite, insomma, di sapersi fermare e di imparare a misurare i rischi quando c’è in gioco la vita umana. La tragedia del Vajont sia anche oggi un monito a non giocare con gli equilibri della natura».
PROTEZIONE CIVILE
Il messaggio di Moraglia può essere sintetizzato nel termine “prevenzione”, diventato parola d’ordine al convegno di apertura della Settimana nazionale di Protezione Civile, andato in scena ieri a Longarone. Presente anche il capo Dipartimento di Protezione Civile Fabrizio Curcio, che ha sottolineato come il passato del sistema dei soccorsi sia nato proprio dal Vajont e come il presente e il futuro siano in continua evoluzione. «Non sono cambiate la modalità e la tempestività di intervento, ma oggi ci si concentra molto sulla qualità del post-intervento, per assicurare il più possibile la normalità a chi viene soccorso» ha spiegato Curcio, che prima di lasciare il Bellunese ha effettuato un sopralluogo al cantiere del costruendo Ccs (centro coordinamento soccorsi), nell’area della caserma provinciale dei vigili del fuoco.





