Quarto appuntamento con i “Pensieri in quota” di Antonio G. Bortoluzzi. Scrittore, premio Gambrinus-Mazzotti della montagna, finalista Premio Calvino, i suoi articoli sono pubblicati sulle pagine culturali dei quotidiani veneti e su riviste nazionali. L’ultimo romanzo è “Come si fanno le cose” (Marsilio)
Sarebbe stato meglio se non ci fosse stata la pandemia da Covid-19. E sarebbe meraviglioso se non accadesse mai più nella storia dell’umanità e scomparisse dalla memoria delle persone e dei Paesi com’è accaduto all’influenza spagnola, alla febbre gialla, al vaiolo. Ma questa cosa è accaduta e ha spaccato le vite, le famiglie, le comunità. E che cosa resta, dopo? Dopo i lutti, la rabbia, il senso d’ingiustizia, la fortuna (perché può accadere che il dramma di qualcuno sia allo stesso tempo la fortuna di altri, è accaduto tante volte nella storia delle emergenze d’Italia). Dicevo che dopo, resta solo la ripartenza, niente di più, niente di meno. E ci sono temi sanitari, sociali, economici da governare ai massimi livelli dell’organizzazione della politica e dello Stato. Ma la ripartenza è anche una questione individuale: abbiamo vissuto il panico nei mesi di marzo e aprile dell’anno scorso; e poi la grande speranza estiva che prometteva di dimenticare tutto e in fretta; adesso siamo dentro le varianti, i vaccini che scarseggiano e proviamo qualcosa che è come una lenta estenuazione dello spirito. Un logorio che è una questione individuale e si gioca anche sul tentativo della ripartenza. È come essere con l’auto su una strada sterrata, ripida e resa scivolosa dal disgelo: si tratta di dosare bene l’acceleratore, la frizione, il freno perché oltre il ciglio c’è lo strapiombo, ma alla fine della strada c’è casa nostra, è lì che dobbiamo arrivare.





