Il virus in America. «Ho paura: abbiamo perso tempo e ormai è troppo tardi»

Il virus in America. «Ho paura: abbiamo perso tempo e ormai è troppo tardi»

Non c’è ancora lo “stay home”, ma l’emergenza coronavirus imperversa anche nel North Carolina. Situazione per il momento meno drammatica che in altri stati a stelle e strisce come New York, California o Washington, l’epicentro dell’epidemia americana, ma anche dalle parti di Charlotte e dintorni il Covid-19 inanella contagi. E se in questi giorni tv e giornali mostrano le immagini di una New York deserta per la serrata generale, di una Los Angeles che non sembra più quella delle star, e delle luci spente a Las Vegas, anche nella Carolina del Nord le cose iniziano a farsi preoccupanti. Non ancora per tutti, però. Anzi, per troppe poche persone, come racconta Susan Petronio, italo americana con origini cadorine. Di Borca, per la precisione, dove viene in visita ogni volta che può e dove era nata la nonna, Margherita De Ghetto di Cancia.

«Qui sembra che la gente sia in vacanza – spiega Susan, che vive a Kernersville -. Le scuole e le università sono chiuse, sono chiusi i ristoranti e molti negozi, così come l’aeroporto, ma ci sono troppe persone in giro. Il governatore ha proclamato lo stato di emergenza, tuttavia non c’è una quarantena obbligatoria e questo è un problema perché non si può controllare il virus così».

Qual è attualmente la situazione in North Carolina?

«Al momento, su una popolazione di 10 milioni di abitanti, abbiamo solo 255 contagiati e nessun decesso, ma i numeri crescono ogni giorno. Tra l’altro, qui i tamponi non vengono eseguiti in maniera massiccia. Te lo fanno, forse, solo se vai in ospedale e hai dei sintomi. Quindi non c’è un vero controllo. Tanto più che l’accesso ai test e alle cure costa e quindi chi non può permetterselo nemmeno ci va dal medico».

Però va nei supermercati. Nei giorni scorsi hanno fatto il giro del mondo le immagini dei negozi presi d’assalto in diverse città americane. Anche i negozi di armi.

«Il paradosso è che i negozi sono pieni e gli scaffali vuoti. Non perché manchino i prodotti, ma perché chi può fa le scorte in maniera folle. Sull’autostrada si vedono per miglia e miglia le file dei tir che consegnano la merce. Sono scene che capitano quando avvengono uragani, terremoti o altri disastri naturali. Per quanto riguarda le armi, qui al Sud è tipico per la gente portare la pistola. In questi giorni i venditori hanno sicuramente aumentato il loro giro di affari. Le persone comprano armi perché temono di essere derubate o di subire attacchi».

In generale la percezione qual è?

«Chi si informa e lo fa tramite fonti affidabili è spaventato. Molti, invece, non comprendono la situazione e sembrano non preoccuparsi. Io personalmente ho paura. Sarà perché seguo le notizie dall’Italia, ma credo che nel giro di qualche settimana anche qui i casi si moltiplicheranno. Il guaio è che non siamo pronti ad affrontare l’emergenza. Ho un’amica infermiera: lei teme che in un paio di settimane ci sarà una crescita esponenziale, ma nelle strutture ospedaliere mancano i ventilatori per la respirazione e nei negozi non si vendono le mascherine. Abbiamo perso tempo e ora è troppo tardi. Quello che manca è una politica nazionale unitaria. Ogni Stato può agire come vuole e questo è un grosso problema. Dovremmo limitare il movimento di tutti e non farlo solo a zone».

(si ringrazia Simone Tormen di Bellunesi nel Mondo per aver raccolto l’intervista)

© Copyright – I testi pubblicati dalla redazione su newsinquota.it, ove non indicato diversamente, sono di proprietà della redazione del giornale e non è consentita in alcun modo la ripubblicazione e ridistribuzione se non autorizzata dal Direttore Responsabile.

TAG
CONDIVIDI
Articoli correlati

© 2023 NIQ Multimedia s.r.l.s. – C.F. e P.IVA: 01233140258
Testata giornalistica registrata al Tribunale di Belluno n. 4/2019

Torna in alto