“Da qui alla luna”: la tempesta, la montagna, i suoi abitanti

“Da qui alla luna”: la tempesta, la montagna, i suoi abitanti

 

«La tempesta Vaia ha abbattuto 16.000.000 di alberi. 16 milioni. Riuscite a immaginare la grandezza di questo numero se non riferita ai “schei”? O è talmente enorme da superare la percezione del reale?».
Nel prologo dello spettacolo teatrale “Da qui alla Luna” di Matteo Righetto, la cui “prima” è andata in scena al Teatro Verdi di Padova, un emozionante Andrea Pennacchi prova a spiegarlo a un pubblico subito rapito dal suo trascinante carisma.
«Sapete che 16.000.000 sono all’incirca i caduti della Grande Guerra?
Sapete quante persone avrebbero respirato con l’ossigeno che gli alberi abbattuti non potranno più produrre? 2.000.000. E quanti strumenti musicali avremmo potuto costruire col legno andato perduto? 1.500.000.000.
Sapete quale distanza potremmo coprire mettendo in fila 16.000.000 di alberi abbattuti? La distanza da qui alla luna».
E così, con la sua leggerezza e simpatia, Andrea riesce a destare l’incredulità degli spettatori, rendendoli partecipi della profondità della tragedia che ha colpito le Alpi Orientali circa un anno fa, violando la bellezza della montagna e lo spirito dei suoi abitanti.
È chiaro fin da subito che ogni scelta, nell’allestimento di questo spettacolo, è stata attentamente ponderata; nulla è lasciato al caso, ogni particolare è carico di significato e in armonia con il tutto, perché l’obiettivo è risvegliare l’empatia dello spettatore e fargli sentire la profondità della distruzione.
Il palco con i ceppi degli alberi caduti provenienti direttamente dalle montagne dei territori distrutti; la voce possente di Andrea Pennacchi, che col suo dialetto e la sua umanità riesce a riportare alla realtà, alla “praticità” della tragedia; la luce di scena, che intensifica la drammaticità dell’evento; la musica, che non si limita ad accompagnare la narrazione, ma la amplifica, e spesso è essa stessa narrazione. 

Da un lato c’è l’Orchestra di Padova e del Veneto che con la sapiente sonorità non melodica di violini, viole, violoncelli e contrabbassi (tutti strumenti costruiti con il legno) fa sentire la presenza costante della natura, dei suoi ritmi, della sua forza, nonché della sua ineluttabilità; dall’altro la voce e la chitarra di Giorgio Gobbo, che con le musiche create insieme a Carlo Carcano riporta al lato umano della tragedia, alle persone di montagna.
Perché in montagna la natura e i suoi abitanti vivono in un connubio inscindibile, e se uno dei due elementi viene offeso, anche l’altro soffre e reagisce per ripristinare l’equilibrio.
E così Andrea Pennacchi, dopo aver fatto ascoltare la voce della montagna, accompagna nella conoscenza anche dei suoi abitanti, tramite tre personaggi simbolici ma al contempo molto reali.
Silvestro, il muratore di mezza età, che ama la birra senza schiuma, non particolarmente socievole ma pratico come gli uomini di montagna sanno essere; Paolo, lo studente che ama più il biathlon dello studio delle equazioni matematiche; Agata, che col suo intuito e la saggezza di “vecia” prevede l’arrivo della tragedia prima ancora che si compia.
Tre età e personalità molto diverse, perfettamente rappresentate grazie alla duttilità dell’attore, che ricordano come questa tempesta abbia colpito, e distrutto, la vita e le storie di molte persone, tutte profondamente legate al proprio territorio.
La cronaca puntuale e realistica di Andrea e i racconti dei suoi alias Silvestro, Paolo e Agata, fanno sentire nelle viscere il dolore e la paura, come se fosse possibile guardare, attraverso i loro occhi, dapprima il fuoco che devasta 2000 ettari di bosco, e poi la distruzione senza ritorno di case, territori e paesaggi cari, ad opera della tempesta Vaia.
Alla fine, in questo buio, Matteo Righetto fa anche intravvedere una luce, perché l’uomo e la donna di montagna non si arrendono, non si perdono in chiacchiere, prendono la pala e iniziano a togliere il fango, a ripulire case e territori, pur sapendo che nulla potrà tornare come prima.
Ma pregano anche di non essere dimenticati.
Dimenticarli, però, è Impossibile. Dopo averli conosciuti, rimarranno attaccati alla pelle e al cuore.

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